Come da tradizione, lo spettacolo di haute couture Christian Dior ha avuto luogo al Musée Rodin di Parigi, con la collezione stessa mostrata all’interno di un grande cubo bianco. Gli ospiti sono entrati attraverso il museo, passando accanto a “Il bacio” di Rodin e a veri e propri letti di rose.
All’interno, le luci accese illuminavano lo spazio, mentre grandi espositori contenenti vari indumenti bianchi su misura si estendevano dal pavimento al soffitto. L’effetto complessivo è stato il sentimento intimo di un atelier. Se l’interno (e la collezione) della scorsa stagione era a tema di fantasia e natura, questa stagione è stata pensata per essere più reale, più dietro le quinte e più radicata.
La domanda che incombe sul concetto di questa collezione Dior è: “Come è possibile celebrare l’haute couture e allo stesso tempo offrire una lettura critica di esso?”
Un concetto alquanto discutibile visti i prezzi astronomici della haute couture. Tuttavia, Dior si concentra a rispondere. In primo luogo, ci suggerisce che l’haute couture è “un concetto” e dovrebbe essere modernizzata, usando tessuti più leggeri e più portabili come quelli scesi in passerella, in contrapposizione a quelli esposti sulle pareti come promemoria dell’evoluzione.
“L’atelier è uno spazio della mente ma anche uno spazio reale”, ha detto Maria Grazia Chiuri nel backstage, prima di evidenziare la precarietà dell’atelier in un mondo in cui regna il fast-fashion. “Volevo una collezione che non fosse così visibile sui social media: viviamo il momento, il qui ed ora”.
E così sotto un soffitto a specchio esteso per tutta la lunghezza della stanza, che al contrario è diventato virale sui social media, ha sfilato una collezione composta inizialmente da una struttura classica di haute couture, concludendosi infine con novità e fluidità.

Il primo look è un tailleur a spina di pesce blu, composto da una rivisitazione della famosa giacca-bar di Dior: vita cinghiata, fianchi imbottiti e come novità, le maniche a pipistrello. Cappotti in tweed e berretti di pelle con code di cavallo stropicciate emergono insieme a vestiti aderenti senza spalline in chiffon e crepe, presentati in blu e taupe. Seguono gonne verde sultano, nere ed oro, abiti e cappotti dorati, in diverse trame, alcuni ricoperti di tessuto arazzo, altri con fiori in rilievo.
Man mano che lo spettacolo continua, le gonne diventano più piene e i tessuti diventano più moderni, con abiti che passano dallo chiffon al pizzo, fino al tessuto scuba. Gli ultimi tre abiti erano abiti sera gallici realizzati da Dior in color champagne, senza spalline, tranne quelli fatti con scuba di seta dal suono moderno.
“I vestiti mantengono la forma ma in realtà sono diversi. È difficile da vedere. A correre questo gran rischio di spiegare l’alta moda di Dior mi ha spinto il momento storico e l’intento di fare comprendere questo mondo alle nuove generazioni di clienti nel mondo”, spiega Maria Grazia Chiuri che ha lavorato sul nero, sul nude misto al grigio nuvola del tulle, sul satin reso contemporaneo e su ricami rarissimi come il velour sablè che ormai sanno fare solo due persone al mondo.
Particolari anche i gioielli di questa haute couture Dior disegnati dalla stessa Maria Grazia tra conigli, grifoni e unicorni.
Lo stile più classico invece accompagna le scarpe a punta con il tacco ‘Virgola’ d’oro, e gli abiti da ballo in tulle o in pizzo leggiadro in tutte le tonalità del ‘nude’, il colore della pelle che ogni cliente dell’alta moda Dior può richiedere in atelier. E indossare un abito del colore della propria pelle è davvero il lusso supremo.

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