Arte, natura e conoscenza. Più, un elemento molto importante: la consapevolezza. Queste quattro categorie, separate ma che si sfiorano per nutrirsi a vicenda, compongono la filosofia di Rigpa (ovvero “consapevolezza” in sanscrito, ndr) di Giuseppe Buccinnà, designer laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano e, successivamente specializzato in modellistica presso l’Istituto Secoli. Rigorosamente made in Italy, la collezione primavera estate 2017 è stata presentata a Milano durante la settimana della moda.
Giuseppe, qual è stato il momento in cui hai capito che fondare la tua idea di moda sarebbe stato l’inizio del tuo percorso come creativo?
Quando scoprì che avrei basato il mio rapporto con gli altri sulle mie attitudini e non sulle loro aspettative. Il bello per me è un attimo. Così cominciai a guardarmi dentro e da lì nacque tutto.
Rigpa, consapevolezza. Quali sono gli aspetti del tuo lavoro su cui hai più chiarezza?
Seguire tutte le fasi del processo di realizzazione di una collezione mi permette di trovare stimoli continui. La scelta dei tessuti, la realizzazione delle prime bozze ma soprattutto la realizzazione dei cartamodelli diventano le fasi cruciali del tutto. La consapevolezza sta nel ricercare dentro di me, nella maniera più naturale possibile, quel che poi verrà tramutato in un linguaggio fatto di forme e volumi. Trovare la maniera di interpretare tutto questo è l’armonizzazione che inseguo quotidianamente.
Produci con tessuti naturali non trattati. Come mai questa scelta?
Cerco di ridurre al minimo ogni tipo di finissaggio per sentirmi in linea con ciò che penso in questo momento della mia vita. Trattandosi della fase primordiale del mio progetto sento l’esigenza di non spingermi oltre pur non escludendo, in futuro, di percorrere altre strade.
A livello estetico, quali sono le silhouette che prediligi?
Vorrei cercare di slegarmi dal concetto di corpo, sono molto più attratto dai suoi continui mutamenti. Penso a coloro che non accettano canoni conformistici di vestiario spesso legati a età e stratificazione sociale. Parlo d’individualismo delle masse. In questo senso bisogna poter sentire il capo come prolungamento dei tuoi pensieri.
Fino a che punto moda e cultura, e quindi anche l’arte, possono convergere?
Credo fortemente nella separazione tra questi concetti; certamente la moda può attingere dal mondo dell’arte ma con la distanza utile nel voler mantenere le cose su piani differenti. In un momento storico segnato da fortissime contrapposizioni sociali ed estinzioni di sottoculture, cerco di posizionarmi nel mezzo analizzandone i buchi neri e riportandoli sotto forma di capi, crepe ed asimmetrie.
Hai appena partecipato alla settimana della moda di Milano. Cosa pensi del sistema moda attuale e in quale misura credi che questo sia in linea con il tuo prodotto?
Penso che, come in ogni strato della nostra società, ci sia bisogno di un ripensamento delle regole al fine di permettere a realtà medio-piccole di poter avere la visibilità utile ad emergere valorizzandone gli aspetti tecnico creativi propri di chi ancora non risente delle profonde influenze e cambiamenti generati dal mercato. Fintantoché questo non avverrà, ci sarà sempre una dicotomia tra realtà di larga scala e piccole utopie.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Vorrei poter continuare a lavorare a stretto contatto con artigiani in grado di trasmettermi il bagaglio umano di consapevolezza e metodo così da poter plasmare nuove forme in grado di decodificare un linguaggio fortemente personale.
ph courtesy: press office
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