Del Giappone si conoscono storie, leggende, figure, dunque dipinti e fotografie, come quella iconica del Monte Fuji, ad esempio. Ma quando si posa il primo piede sulla terra che ha dato i natali a scrittrici come Banana Yoshimoto, a registi tra cui Hayao Miyazaki – molto stimato in Europa – e ad artisti come la celeberrima Yayoi Kusama, il cui museo inaugurato di recente a Tokyo è in overbooking fino a marzo 2018, non si può che cambiare percezione rispetto alle favole che ci vengono raccontate.
Innanzi tutto, se è vero che la precisione e la pulizia sono maniacali, così come la certezza di un lavoro a tempo indeterminato, è altrettanto noto che il paese nipponico si rivela essere nei primi posti tra gli stati con il maggior numero di suicidi, in particolare tra i giovani. Dunque, non è tutto rose e fiori, direbbe qualcuno. E infatti non lo è, ma non si tratta di ciò al momento. La questione è che al di là dei problemi sociali, tra le categorie imprescindibili oggi nel quotidiano, sempre più inteso come un’unione tra tecnologia ed estetica, c’è la moda. Il Giappone è certamente uno dei paesi più interessanti da questo punto di vista.
Per noi occidentali, brand e designer, anzi si potrebbe dire filosofi dello stile, come Yohji Yamamoto, Issey Miyake, Rei Kawakubo, Junya Watanabe, dunque Comme des Garçons e Kensai Yamamoto, sono stravaganti, assurdi, maniacali. Insistono troppo sul nero, il blu o il tartan. Si fissano con il plissé e non ci capiscono nulla, in fondo. Pochi di noi sanno invece capirne la qualità, intrinseca e non. Per i ragazzi del sol levante, loro sono come per noi è Giorgio Armani o Prada. Benché quindi siano noti anche nel Vecchio Continente, lì vivono di ben altra considerazione. Non è inconsueto, appunto, scorgere per strada, magari nei quartieri più cool della capitale Tokyo come Omotesandō e Ginza, uomini e donne indossare con naturalezza – benché consapevoli di essere estremamente cool e al centro dell’attenzione – capi dei sopracitati stilisti. Camminando poi tra le vie più nascoste, parallele ai grandi viali, si possono incontrare anche negozi con merce second hand, dove si possono fare degli acquisti molto convenienti, o altri, i quali non solo vendono i top brand nipponici e nostrani, ma li rivisitano secondo i trend del momento: ad esempio, una camicia over di Ralph Lauren, che noi non oseremmo mai tagliare e ricucire, almeno di non avere una vera e propria passione per il mestieri, trasformata in un crop top con maniche a sbuffo.
Lo sportswear è sapientemente mixato con capi da ready-to-wear. I più attenti potrebbero dire che anche qui il connubio è sdoganato, vero. Ma la differenza è che in Giappone lo si fa liberamente, senza distinzione di occasioni o imposizioni di stile, per rimanere più legati alla questione abito-accessorio. Non a caso lo slogan di Comme des Garçons è: wear your freedom. E se alla linea di Yoji Yamamoto per Adidas, ovvero la Y-3, vengono dedicati veri e propri store monomarca, fuori e dentro i centri commerciali, e per parlare di questi ultimi non sarebbero sufficienti dieci lunghi editoriali, quello che si riscontra è una bipolarità piuttosto radicale nella scelta dei colori: o si vestono in total black o abbinano tinte accese e in modi inconsueti.
Dimenticatevi le Nike Free, le quali seppure vengano vendute, ma ai turisti occidentali che le acquistano lì (ma perché?), sono rimpiazzate copiosamente dai modelli Presto, Max, Flight Bonafide e le More Uptempo ’96 Premium, tutte della casa statunitense. E se da noi le Onitsuka Tiger, una tra le compagnie più antiche del Giappone, nata infatti nel 1949 a Kobe, sono old fashioned, lì vengono tutt’oggi considerate tra le sports shoes più interessanti, in particolare la collezione nippon made.
Harajuku girls a parte, stupisce come siano soprattutto i ragazzi ad avere una forte attenzione per la moda. Qui sarebbe considerati blasé o esibizionisti, a seconda dei gusti. Tra gli accessori che indossano maggiormente, almeno durante l’inverno, si possono notare cappelli in lana, rigorosamente in nero, e, soprattutto, gli stivali. Di gran moda sono il modello Sf Air Force 1 Hi Ibex, sempre di Nike, il Qasa Boot di Y-3, così come il Ryo High, sempre della stessa casa. E benché anche loro siano ben integrati nella cultura globale, con i suoi pregi e difetti, tra cui l’omologazione, è notevole decifrare come quest’ultima imperi ovunque tranne che per quanto riguarda l’abbigliamento. Sì, esistono anche lì i trend, ovviamente, ma la riflessione che ne emerge guardandoli ognuno perfettamente agghindato, è che, forse, proprio tutti questi brand ed input estetici, siano ciò che rende eterogeneo il loro stile. Esagerando, si potrebbe affermare con certezza che vedere persone vestite in modo identico (se non di proposito) è impossibile. Certo, alcuni sono stravaganti, altri offrono invece una vera e propria lezione, altri ancora sono piuttosto brutti, ma, come dice la stessa Rei: “For something to be beautiful… it doesn’t have to be pretty”.
Photo credits:
Comme des Garcons store in Omotesando, Tokyo | Pinterest
Issey Miyake by Brigitte Lacombe
Ryo High by Y-3
Nike Flight Bonafide
Yohji Yamamoto FW 2017 | Monica Feudi – indigital.tv
Y-3 store opening party in Omotesando, Tokyo | tokyodandy.com
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