Negli ultimi anni, le aziende di moda hanno mostrato un’attenzione ‘nuova’ nei confronti della sostenibilità, come anche noi consumatori siamo stati chiamati dal pianeta ad adottare un comportamento sostenibile. Ma del resto era una scelta quasi obbligata per una fashion industry diventata sempre più esclusiva, inquinante e disattenta alle tematiche green.
Spesso interrogarsi sugli acquisti e ridiscutere le nostre scelte e le nostre priorità, diventa necessario. Per esempio, non dovremmo chiederci: “Chi è che raccoglie il cotone?” oppure, “Tutto avviene nel rispetto dei diritti umani?”.

Prendiamo il fatto più scottante e più recente delle ultime settimane: la disputa tra la Cina e alcuni brand di moda occidentali che sono stati ‘cancellati’ dal territorio cinese. Perché? La situazione è complessa e riguarda il rispetto dei diritti umani nella regione dello Xinjiang dove vivono gli Uiguri.
Cerchiamo di ricostruire i fatti partendo dall’inizio.
Lo Xinjiang è una regione nel nord-est della Cina e ad abitarla sono gli Uiguri e alcuni gruppi turco-musulmani che, secondo l’Onu, alcuni Paesi occidentali e diverse Ong, subirebbero persecuzioni all’interno della Repubblica Popolare Cinese perché considerati ‘diversi’. La regione è importante da un punto di vista economico in quanto produce l’84% del cotone cinese.
A scatenare quella che possiamo definire la ‘guerra del cotone’ sono stati, tra gli altri, alcuni giganti della moda come Nike, Adidas, Lacoste, Ralph Lauren e Zara che hanno fatto dichiarazioni a favore della tutela dei diritti umani e contro lo sfruttamento delle persone facendo andare Pechino su tutte le furie. Ma è anche vero che queste aziende, nonostante le condizioni di vita degli Uiguri fossero note da tempo, hanno acquistato per decenni la materia prima. Ora, la situazione è diventata ancora più incandescente perché l’Onu, ma anche diverse inchieste giornalistiche, hanno fatto emergere una realtà decisamente drammatica: gli Uiguri sarebbero costretti a veri e propri lavori forzati per produrre il cotone. Alcuni parlano addirittura di “campi di concentramento” nei quali sarebbero obbligati a vivere.

Così, anche la Better Cotton Initiative, la multinazionale che senza scopo di lucro promuove standard di sostenibilità per rendere la produzione globale di cotone migliore, ha sospeso la concessione di licenze e assicurazioni nello Xinjiang a marzo 2020, ma la Cina ha protestato sostenendo che si trattava di ‘accuse infondate’.
Ora arriva H&M a riaccendere le tensioni e a riaprire le ferite di una guerra commerciale con la Cina cominciata, in realtà, qualche anno fa con Donald Trump alla Casa Bianca. Il colosso dell’abbigliamento svedese dichiara di essere “profondamente preoccupato per i resoconti delle organizzazioni della società civile e dei media riguardo le accuse di lavoro forzato e di discriminazione delle minoranze nello Xinjiang”. Accuse formulate in un comunicato messo in rete e poi rimosso dallo stesso brand.
Pechino prima tace, poi decide di reagire, forse a causa del calo delle vendite del cotone. E lancia una campagna di boicottaggio nei confronti di H&M anche sulla tv di Stato. La filiale cinese dell’azienda però ribatte: “H&M ha costantemente sostenuto i principi di apertura e trasparenza nella gestione delle catene di fornitura globali, assicurando il rispetto dell’impegno per lo sviluppo sostenibile delineato dalle Linee guida dell’Ocse per una condotta aziendale responsabile, senza voler rappresentare alcuna posizione politica”.

E mentre la casa di moda rischia ora di subire una battuta d’arresto in termini di vendite verso i paesi asiatici, le star e gli influencer cinesi annullano i contratti con il brand. L’ufficio di rappresentanza della Better Cotton Initiative di Shanghai dichiara di non aver trovato “alcuna prova” del lavoro forzato nello Xinjiang. E Gao Feng,portavoce del ministero del Commercio, conferma: “La cosiddetta esistenza del lavoro forzato nella regione dello Xinjiang è totalmente fasulla”, ed H&M viene cancellato dalle piattaforme e-Commerce, mentre gli store vengonoeliminati dalle mappe interattive su Internet.
Anche gli utenti cinesi sui social network prendono posizione e attaccano la casa di moda: “Diffamare e boicottare il cotone dello Xinjiang mentre si spera di fare soldi con la Cina? Non lo si può nemmeno sognare!”.
La ‘guerra del cotone’, insomma, è scoppiata e non si sa bene come andrà a finire. L’unica cosa certa è che la tensione esplosa più in generale tra l’occidente e il Paese asiatico sui dazi e le politiche commerciali non contribuisce a rasserenare il clima. Nell’attesa, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a porci domande, sempre e comunque, perché anche dietro un singolo paio di pantaloni o un paio di scarpe si può nascondere una realtà o un mondo che possiamo, anzi, dobbiamo conoscere. Indossare un abito spesso è un gesto di responsabilità.
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