L’ORIGINE DELL’ 8 MARZO
L’altro ieri era l’8 Marzo, quella che chiamiamo frettolosamente “Festa della Donna”, ma che sarebbe corretto definire “Giornata Internazionale della Donna”, un’occasione che non è nata per caso.
Poco ha a che fare con spogliarellisti improvvisati, serate in discoteca di dubbio gusto, e tutto quello che distrae dalla reale funzione di una giornata che dovremmo celebrare con azioni concrete e meno “Auguri” sterili.
Nulla a che vedere nemmeno con il falso storico dell’incendio della Cottons & Cottons, una fabbrica di camice negli Stati Uniti, infatti quello fu un escamotage ben architettato per infondere una sacralità all’occasione per giustificarne l’esistenza.
Abbiamo fatto un salto a ritroso, ed è il 14 Giugno del 1921, quando a Mosca si tenne la Seconda Conferenza delle Donne Comuniste, e dopo tanti tentativi a singhiozzo venne ufficialmente istituita la “Giornata internazionale dell’operaia”. Il giorno riconduce all’8 Febbraio del ’17 quando la popolazione russa scese a protestare contro lo zar.

PERCHÈ LA MIMOSA?
Per la mimosa bisogna aspettare il ‘46, in Italia, le donne avevano appena raggiunto il traguardo del Suffragio Universale. Teresa Mattei, ex partigiana e neo deputata, propose di accostare un fiore alla ricorrenza, che fosse facile da reperire a Marzo quando la Primavera si affaccia timidamente. La scelta ricadde sulla mimosa, già simbolo di partigiani e staffette. Allora anche in ritardo: regalatele!
Teresa Mattei Neo Deputata Italiana in una foto dell’epoca:

“LE PAROLE SONO IMPORTANTI”
“Le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male e vive male”, recitava così Nanni Moretti in Palombella Rossa. Verrebbe da dire, che sono più che mai importanti quando ad ascoltarle sono oltre 111 milioni persone. A poche giorni dalla Giornata Internazionale della Donna, Barba Palombelli giornalista e volto Mediaset, è stata co-conduttrice della penultima serata. Snocciolando un monologo dedicato alle donne, o meglio alle “vere donne”, citando testualmente.
Una dedica che si tramuta in un elenco senza trasporto di esperienze di vita.
Lo studio “fino alle lacrime”, si incrocia ai lavori svolti “fino all’indipendenza, perché “alla fine funziona”. Un discorso che si scontra con quello tenuto da Elodie la sera precedente. La quale faceva giusto appunto riferimento a quella fetta di società, quindi anche di donne, tagliate fuori dallo studio e dal lavoro. Una carriera che permette, a un certo punto, di poter esordire un “alla fine funziona” ai famosi 111 milioni di spettatori all’ascolto.
Continua con qualche superficiale rimando alla prematura scomparsa di Luigi Tenco avvenuta proprio durante l’edizione del ‘67. Poi Liliana Segre, e infine, un monito conclusivo che incoraggia le “ragazze” a correre incontro al futuro, per rimettere in piedi un paese che sta crollando a pezzi. Lo stesso che forse si è incrinato molto tempo prima, per mano della generazione di Barbara Palombelli.
Perché la rivoluzione di cui hanno bisogno le DONNE, passa proprio dalle parole, a cominciare dal nome che ci affibbiano. Non ci interessa più essere chiamate ragazze, femmine, fanciulle, o “vere” donne che per sottrazione, fa intendere la presenza di una cerchia meno dignitosa di essere definita tale.
La rivoluzione risponde al nome di “Donne”, che non sono interessate ad altre etichette.
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L.O.V.E. (assai) è un coloratissimo atto di denuncia a favore delle donne
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