Vorrei innaffiare il mio ritorno su Wait!Mag dopo un mesetto abbondante di assenza causa trasloco per motivi di lavoro, scrivendo di una band che mi porto dentro e dietro sin dall’adolescenza.
Una band che ancora oggi sorprende per la sua impressionante attualità e per la sua inarrivabile bravura musicale, i LED ZEPPELIN, tutto scritto in maiuscolo. Perchè loro sono una spanna sopra tutti.
A fornirmi l’assist per questo articolo è stato uno degli Special Collector Edition di Rolling Stone, interamente dedicato agli Zep’.
Pur conoscendo a menadito la loro storia ed il loro background è sempre bello leggere di loro, dei loro aneddoti, dei loro live incendiari e dei loro festini post concerto che hanno creato il famosissimo adagio “sesso, droga e rock’n roll”.
Il gruppo nasce quasi per caso, Jimmy Page, già chitarrista di successo con gli “Yardbirds” del mitico Jeff Beck, si ritrova, dopo lo scioglimento della stessa band, con un mucchio di pezzi in mano e senza una qualcuno con cui suonarli.
Peter Grant, già manager degli Yardbirds, presenta a Page un bassista, John Paul Jones, che ha già suonato con Donovan e come arrangiatore per altre band. Jones non vede l’ora di cominciare a suonare con un chitarrista del calibro di Page. La ricerca della voce del gruppo è la priorità dei due, che dopo aver sondato vari cantanti, si ritrovano con Grant ad un concerto degli “Hobbstweedle”, gruppo in cui canta un certo Robert Plant, ragazzo delle Midlands inglesi con una forte passione per il country blues americano e per la saga de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien. Dopo averlo sentito cantare “Somebody to Love” dei Jefferson Airplane, Page non ha più dubbi, sarà lui la voce del suo gruppo. Plant, estasiato a sua volta di suonare con due musicisti professionisti del calibro di Page e Jones, suggerisce per il ruolo di batterista, un suo vecchio amico che aveva già suonato con lui nei “Band of Joy”. Il suo idolo è Ginger Baker dei Cream, ed è stato più volte cacciato dai locali perchè suonava troppo forte. Si chiama John Bonham, detto “Bonzo”, e dopo che Page lo sente suonare, capisce all’istante quale sarebbe stato il suono della band.
I quattro cominciano subito a provare in uno scantinato di un negozio di dischi a Londra, poi dopo solo pochi giorni, Page porta i “New Yardbirds” in una mini tournè tra Copenaghen e a Stoccolma, con una scaletta di cover e brani originali.
E’ subito chiaro che il nome della band così com’è risulta più un ostacolo che altro, così la leggenda vuole che Kate Moon degli “Who”, parlando di un ipotetico super gruppo composto da se stesso, John Entwistle, Jeff Beck e Jimmy Page, disse: “si schianterebbe al suolo come un dirigibile di piombo (lead zeppelin, ndr)”
A Page la storiella piace, decide così di modificare il nome per evitare problemi di pronuncia, chiamando definitivamente band “Led Zeppelin”.
E’ la nascita del mito.
Nel 1969 i Led Zeppelin fanno 139 concerti e sfornano due album, che diventeranno due pietre miliari della storia della musica, “Led Zeppelin” e “Led Zeppelin II”. Un’impresa al limite delle possibilità umane data la qualità delle incisioni e il numero impressionante di live, più di un terzo dell’anno passato su e giù dai palchi. Negli album sono presenti pezzi come “Good Times Bad Times”, “Dazed and Confused”, “Communication Breakdown”, “Babe I’m Gonna Leave You”, “Whole Lotte Love”, “Heartbreaker”, “Bring It on Home”, “Moby Dick”, “The Lemon Song” e la struggente “Thank You”.
Il loro sound è qualcosa di mai sentito prima, è una miscela di blues, country e hard rock.
Il pubblico li adora, ma la stampa non li digerisce mai fino in fondo e non perde occasione per recensirli negativamente e snobbandoli come si farebbe con un gruppetto pretenzioso.
Page & C. non glie la perdoneranno mai al punto che cercheranno di boicottare la carta stampata in tutto il corso della loro carriera.
Questo astio è uno dei fattori scatenanti della nascita di “Led Zeppelin III”, un album complesso e in generale lontano dal sound dei precedenti . Dopo l’uscita di questo LP, tutte le riviste musicali titolano: “I Led Zeppelin hanno fatto un disco acustico”. Niente di più sbagliato.
“Led Zeppelin III” incomincia con l’urlo ancestrale di “Immigrant Song” di Tolkeniana memoria, e si chiude con l’omaggio al cantante folk americano Roy Harper, “Hats Off to (Roy) Harper”. In mezzo ci trovi le cavalcate blues pazzescje di “Since I’ve Been Loving You”, la chitarra impazzita di “Celebration Day” e le carezze di “That’s The Way” e “Tangerine”, pezzo che Cameron Crowe inserirà nella soundtrack di “Almost Famous”.
Ma il più grande smacco nei confronti della carta stampata i Led Zeppelin lo fanno con la release del loro quarto album, che esce senza titolo e senza scritte in copertina. Il vero titolo sono i quattro simboli, scelti da ognuno dei membri per rappresentare se stesso. Il più famoso è quello che rappresenta Jimmy Page, un idioma di origine celtica che sembra creare la scritta “Zoso”. Basterebbe “Stairway to Heaven”, giudicata la canzone rock più bella di tutti i tempi, a rendere questo album memorabile. “Rock’n Roll” è tutt’ora uno dei pezzi più suonati nelle discoteche. E che dire di “Black Dog”, “When the Leeve Breaks”, “Four Sticks” (chiamata così perchè John Bonham la suonò con due bacchette per mano) e “Going to California”? Capolavori assoluti.
il quinto lavoro del gruppo è curiosamente il primo con un vero titolo, “Houses of the Holy”, ma è anche quello che segue il più grande capolavoro della storia del rock, con tutte le pressioni che ne conseguono. A lavoro compiuto i Led Zeppelin ne sono talmente estasiati che Eddie Kramer, uno degli ingeneri del suono che lavorò con loro, disse di averli visti ballare al ritmo di “Dancing Days”, uno dei pezzi più riusciti dell’album. La mia track preferita di “Houses of the Holy” è anche una delle mie canzoni della vita, “Over the Hills and Far Away”. Ma come non citare il pezzo reggae per eccellenza degli Zep’ “D’yer Mak’er”(che si pronuncia Jamaica), ma anche “The Ocean” e “The Song Remains the Same”. Curiosamente la title track non viene ritenuta al livello degli altri pezzi dell’ LP e viene prima esclusa, poi inserita in “Phisical Graffiti”.
Il sesto album in studio è stato concepito solo ed esclusivamente per stupire, prima loro stessi, poi il pubblico. Gli Zep’ producono un album doppio, gigantesco, monumentale, tant’è che ci vogliono 18 mesi per farlo. Il risultato sono tracce come “Ten Years Gone”, “Trampled Under Foot”, “Wanton Song”, “Houses of the Holy” e il pezzo più sperimentale che la band abbia mai scritto, “Kashmir”. Qui le influenze indiane e arabe di Page e Plant prendono forma attraverso archi e sitar, creando un sound che a detta di Plant rappresenta un viaggiatore del tempo e dello spazio. Il gruppo affermerà addirittura che vorrebbero essere ricordati più per “Kashmir” che per “Stairway to Heaven”.
I quattro album successivi sono fortemente influenzati dai fatti personali dei quattro della band, “Presence” nasce in mezzo ai guai col fisco britannico, dove vale la pena di segnalare “Achille Last Stand” e “Nobody’s Fault But Mine”. Due pezzi tagliente, graffiati e con un sound scoppiettante di furia elettrica.
A seguire ci sarà il live album “The Song Remains the Same”, dove la band viene ritratta al suo massimo splendore dal vivo.
“In Through the Out Door” del 1979 è senz’altro il loro lavoro più incasinato. Page, ormai dipendente dall’eroina lascia il timone creativo a John Paul Jones, Plant è ancora in lutto per la prematura morte del figlio Karac e John Bonham deve fare i conti col suo alcolismo latente. Anche se questo è un album se così si può dire, incompiuto. Il gruppo esplora i sintetizzatori e il risultato sono la struggente “All My Love” che Plant dedica al figlio e “In the Evening”.
Il 1980 sancirà definitivamente la fine della band, la morte di Bonham fa da spartiacque tra il passato e il futuro che non ci sarà dei Led Zeppelin. Senza il Bonzo, il gruppo non ha ragione di esistere, o in quattro o niente.
Nell’82 esce “Coda” una raccolta di outtakes che Page mette insieme alla benemeglio per concludere l’ultimo album che la band doveva alla Atlantic, la loro etichetta discografica.
Qui finisce la carriera dei Led Zeppelin come gruppo.
Fino all’ultima,vera, pazzesca reunion del 2007 in onore di Ahmet Ertegun, dopo altri trascurabili tentativi di reunion momentanee negli anni ’90.
Alla Royal Albert Hall di Londra i tre superstiti del gruppo si esibiscono con l’unico vero sostituto possible, Jason Bonham, figlio del Bonzo. Conosce a memoria tutte le parti di batteria degli Zeppelin e suona duro almeno come il padre.
Il risultato è un clamore senza precedenti, delle 20 milioni di richieste avanzate dai fan di tutto il mondo, sono solo 18 mila i biglietti disponibili. Il concerto è di una qualità inarrivabile, ed è palpabile il piacere negli occhi di Page, Jones e Plant.
Questo sono i Led Zeppelin, il piacere di creare un suono che mai nessuno riuscirà a replicare nella storia.
Incredibile come gli Zeppelin abbiamo venduto più di 25 milioni di dischi solo dopo il loro scioglimento. Sommati a quelli venduti nel corso della loro carriera non saprei produrre un numero.
Ma è questo il punto, non sono i numeri che contano, ha importanza solo quello che gli Zeppelin hanno lasciato nel cuore e nella pelle d’oca che riescono sempre a regalare ai loro fan.
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