
Prada
LA SFILATA DELLA MAISON MILANESE INVOCA IL MINIMALISMO
La collezione Prada primavera-estate 2020 torna agli anni Novanta. Al decennio del minimal giustapposto all’opulenza di quello precedente. E non lo fa solo con l’ausilio degli abiti visti in passerella. Chez Miuccia, come sempre, viene proposto un concetto; viene richiesto allo spettatore (e potenziale cliente) di fare uno sforzo intellettuale. Dietro le quinte della sfilata, presso la Fondazione Prada di Milano, la designer milanese spiega di aver tolto anziché aggiunto. E di aver preso questa difficile decisione per via di alcune questioni che stanno sempre più a cuore a tutti, anche nel settore della moda. Inquinamento, consumismo e, quindi, produzione. Tre aspetti che non possono essere ignorati.

Prada
Lo stile prima di tutto. In realtà Prada non ha mai fatto moda in senso stretto. L’unica eccezione è l’introduzione del nylon (che dalla prossima collezione sarà esclusivamente riciclato) su capi d’abbigliamento e accessori, come l’iconico zaino. Anche, e soprattutto, in questa occasione la signora della moda ha preferito non raccontare una storia uguale per ogni look, ma la personalità di ogni modella. Nella speranza che ognuno di noi tiri fuori la propria, anziché copiare pari pari il modo di vestire delle varie blogger o, come vengono definite oggi, influencer.
NON SOLO MODA: LA SOCIETÀ E LE SUE CONTRADDIZIONI
Su Repubblica Miuccia Prada dichiara: «La sensazione è che ci sia troppo di tutto, che il mondo sia intasato. E allora c’è chi invoca lo stop della produzione per eliminare il surplus. Giusto, ma se ci fermiamo il Paese crolla. Quindi, che si fa?» L’ideale sarebbe creare meno e meglio. Il problema è che poi si tolgono posti di lavoro. Di conseguenza si riducono i consumi.
La collezione Prada primavera-estate 2020 diventa quindi un’ode alla donna, anziché a un tipo particolare, e al suo sentirsi tale ogni giorno, quando si trova davanti all’armadio per scegliere cosa indossare. Ed è qui che entra in gioco la personalità. «Un tailleur. Un soprabito con un vestito. Un pullover con una gonna. Una borsa, le scarpe. E basta. L’eccentricità non è nei pezzi, ma nel modo in cui vengono portati (…).» Dichiara la stilista.

Prada
DA PRADA A GUCCI, PASSANDO PER VERSACE: COSA NON FUNZIONA
In un certo senso è un peccato che Prada primavera-estate 2020 abbia aperto la Settimana della Moda. Lo è perché tutte queste parole, anziché essere approfondite, discusse, anche contestate – why not? – sono state messe in secondo piano da altri due momenti, tanto epici quanto discutibili rispetto al senso di contemporaneità della moda: la sfilata di Versace, con Jennifer Lopez a chiuderla indossando il Jungle Dress della maison, e quella di Gucci.

Gucci
Nel primo caso, è da qualche collezione che Donatella propone una sorta di revival di ciò che fu la casa di moda. Nel secondo vale la pena spendere qualche parola in più. Il défilé si è aperto con modelli e modelle immobili come delle statue su dei tapis roulant. Vestiti di bianco, i loro look comprendevano camicie di forza e tute da lavoro. Dopo qualche minuto inizia lo show, dove vengono presentati gli abiti che vedremo in vetrina la prossima estate. Sì perché i primi non saranno messi in vendita. Servivano solo a comunicare una presa di posizione – ossia, che siamo imprigionati da delle sovrastrutture sociali, dai dei “tipi”, un po’ alla Durkheim, anche nel settore moda (davvero?) – e che dovremmo invece avere più personalità, proposta dagli ottanta e passa look visti in passerella.

Gucci
Proprio mentre Prada invocava il suo minimalismo, Martin Margiela rifletteva sulla questione sollevata da Gucci, realizzando, negli anni Novanta, delle vere e proprie staitjaket, in tessuto e pelle. Delle sfilate ai limiti della performance artistica. La proposta di Gucci, allora, non è proprio un fatto nuovo nel mondo della moda. Se l’obiettivo di Michele era attirare l’attenzione ovviamente c’è riuscito. Ma se mettiamo a confronto le sue proposte con quelle di Prada primavera-estate 2020 è possibile che per quanto riguarda quest’ultima ci sia molta più freschezza, innovazione negli abiti. La moda di oggi, nel contesto intellettuale che le spetta. Il problema di Michele è che è rimasto fermo agli esordi fortunati con la maison, tanto che, col senno di poi, sono risultate più interessanti le uscite silenziose e immobili rispetto alle altre.
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