Sembrava essere l’eterna promessa di uno streetwear made in Russia, di uno storytelling destinato a tramandarsi tra generazioni di giovani hypebeast, con riuscitissime collaborazioni tra Burberry, Adidas, Fila, eppure l’impero Gosha si può dichiarare giunto al termine.
Un errore piuttosto grave commesso nel 2018 ha decretato la fine di Gosha Rubchinskiy, repentina e senza via di uscite. Nonostante il percorso già scritto di anni di successo che lo precedeva nell’immaginario futuro di tutti i fashion addicted e le continue smentite sulla colpa che declinava di avere intorno alle accuse mosse contro di lui, per il designer post-sovietico la brusca caduta nel dimenticatoio è stata netta e definitiva.
Il boom dell’estetica da Guerra Fredda e case popolari povere e ferrose lanciato da Gosha Rubchinskiy e dal georgiano Demna Gvasalia era stato così forviante per la moda di massa che scritte in cirillico, allure da hooligan e teste rasate erano all’ordine del giorno anche per fast fashion come H&M e Urban Outfitters.

Il destino dei due precursori del post-soviet fashion è stato, però, molto diverso. Demna, dopo aver coniato Vetements e dopo aver portato felpe oversize, trasandatezza, tacchi a spillo fatti con accendini e cappellini con visiera all’alta gamma, ha virato verso Parigi, raffinando il proprio progetto ancora grezzo e trovando una strada comunicativa tra l’ideologia scritta nel suo background e la commerciabilità.
Approdato poi da Balenciaga il suo percorso è evoluto molto dai primi esperimenti e dai front slogan in cirillico, preparandosi prossimamente persino all’Haute Couture, come abbiamo approfondito in questo articolo.

Per Gosha il futuro sembrava forse ancor più promettente, a partire dalla sua più influente amicizia con il fondatore del Dover Street Market e marito di Rei Kawakubo, Adrian Joffe, che, oltre ad averlo lanciato agli arbori della sua carriera, continuava ad assicurargli collaborazioni perennemente sold out con l’istituzione londinese del Dover e che lo aveva, lentamente, inserito in una rete di contatti così fitta da garantirgli eterna stabilità.
Qualche mese prima dello scandalo che lo vede soggetto di richieste per foto di nudo a minori, nell’aprile del 2018, Rubchinskiy aveva annunciato su instagram che ci sarebbero stati dei cambiamenti per il suo brand, anzi, aveva annunciato la chiusura di Gosha Rubchinskiy “come lo conoscevamo”. Aggiungendo in una conversazione con Vogue poco dopo:
“Ogni idea ha un tempo e quello che io volevo esprimere, l’ho espresso. Credo che nello stato in cui il brand esiste in questo momento, la condizione sia buona per concludere questa storia e iniziarne una nuova”.
Da questo statement, seguito poco dopo dal forzato stop scandalistico, sono passati ormai più di 3 anni, e di Gosha non si è più sentito parlare se non per esperimenti poco riusciti o per progetti dai fini non molto chiari.

Ne è un esempio il suo ultimo nato GR UNIFORMA, un mix di moda, fotografia e la solita rabbia post-sovietica resa un po’ più pettinata da una forte influenza calcistica e un po’ British.
Nonostante Gosha abbia provato a far collaborare il neo-nato brand con le sue vecchie amicizie, rispolverando riuscitissime partnerships precedenti come Adidas e Dover Street Market, sembra che il tempo di Gosha sia ormai finito, l’antico splendore ancora lontano da un nuovo periodo d’oro e la coincidenza tra le scelte di stravolgimenti per il brand da parte del designer e i suoi errori, una fatale combinazione sfavorevole.

Per saperne di più:
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“The Hype” il futuro talent show che renderà giustizia allo streetwear!
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