I cinesi non muoiono mai, mangiano solo riso e sono tutti uguali.
Senza parlare delle donne asiatiche che nella loro timidezza e riservatezza sono delle bamboline senza personalità. Tutte queste affermazioni sapete invece cosa sono? Vuoti stereotipi che, inutile negarlo con falsi moralismi, sono ancora ben radicati nella mente della maggior parte di noi.
Perché è così difficile ancora oggi cancellare un luogo comune dalla nostra mente che blocca il pensiero dentro uno schema mentale inutile e per di più offensivo? La parola stereotipo deriva dal greco “stereos” che significa duro, solido, rigido e “typos”, impronta, immagine, gruppo da qui quindi “immagine rigida”. Un’immagine che quando mette radici nel nostro cervello diventa complicato sradicare.
Utilizziamo ancora tanto i nostri amati stereotipi perché queste idee fisse, ripetitive e sempre uguali sono prevedibili e ci aiutano a classificare e affrontare le situazioni. Ecco che allora quando siamo di fronte a qualcosa di nuovo e imprevisto lo riduciamo a veloci considerazioni che altri hanno deciso per noi, troppo pigri per attivare il nostro cervello e pensare con la nostra testa.
Quello che le fotografie raccolte da Elizabeth Gabrielle Lee vogliono fare è far pensare in modo autonomo e indipendente da quello che ci impongono gli altri. Lee, di origini cinesi e cresciuta a Singapore, raccoglie fotografie di corpi e volti di donne asiatiche mettendo in discussione il modo in cui vengono rappresentate dai media. Ha il coraggio di costruirsi un pensiero suo, diverso da quello che la società impone e solo in questo modo si riesce a uscire dagli schemi che la gente ha in testa.

“Credo sia importante dare una visione alternativa della figura femminile in Asia,” riflette Lee. “Non tutte le donne asiatiche sono servili, silenziose, umili e timide.”
Con il suo ultimo progetto, XING, la ricercatrice e scrittrice racconta in un libro fotografie la stereotipizzazione di un determinato gruppo sociale. Ecco che nelle pagine di questa raccolta fotografica si denunciano e sovvertono gli stereotipi che limitano le donne asiatiche a degli oggetti o dei desideri sessuali. È indubbio come l’associazione delle donne orientali al sesso sia più che immediata.

È dal 1800 che inizia a radicarsi nella nostra mente questo stereotipo che sottomette le donne asiatiche al potere e al desiderio degli uomini. Nel 1980 i media giapponesi definivano le asiatiche che viaggiavano oltreoceano per raggiungere gli USA come “yellow cabs”, un termine che combina l’uso della parola “yellow” per riferirsi agli asiatici e l’immagine del “taxi” che può essere “rincorso qualche volta” e preso a proprio piacimento.

Le fotografie del progetto editoriale XING denunciano questo stereotipo con la sua stessa moneta: mostrando senza vergogna e nessun tipo di censure immagini di nudo. Immagini che, enfatizzando ed esagerando un luogo comune che la gente ha in testa, riescono a sovvertirlo. Di fronte alle pose di queste donne, ma soprattutto incrociando il loro sguardo ci si sente ridicoli anche solo ad aver pensato per un momento di ridurre la complessità di un’essere umano a un banale e limitante stereotipo.

“Volevo che XING parlasse dei preconcetti di ciò che il resto del mondo pensa delle donne asiatiche, e lasciare che una buona porzione del progetto si ancorasse alla sessualità è stato il modo appropriato per dare il via a questo tipo di conversazioni”.
Come combattere gli stereotipi allora nel ventunesimo secolo? Un modo può essere quello di non stancarsi mai di parlarne. Quello di guardare oltre e scoprire la vera storia di una persona senza semplificarla e ridurla a come noi vorremmo che fosse.
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