Dunque, noto che, ultimamente, si parla molto di Nike. E che buona parte del pubblico ‘indie’, che frequenta questo blog, che volge la sua attenzione al prodotto di ricerca, al piccolo label, alla rarità… da un po’ di tempo sta riapprezzando il brand Nike. Parliamoci chiaro: Nike è sempre andata fortissimo. Oggi però, sta ri-trovando (se annuso nell’aria, come un nostromo, in maniera corretta), nuova simpatia all’interno del pubblico che più difficimente si fa sedurre dai brand più ‘planetari’.
Confesso che anche io, pur ammirando molto l’azienda, per un certo numero di anni non ho comprato Nike. Mi sono fatto affascinare da altri labels. Poi sono stato folgorato dalle Vandal Metal Pack, già recensite su Wait! e il feeling è rinato.
Perchè a me, come ad altri, è successo questo?
Sicuramente sono entrati molti altri brand di nicchia del settore, ma, per dirla rudemente:
Per un certo numero di anni Nike ha avuto un annebbiamento in questo piccolo segmento di consumatori, e parlo in Italia, per certe voci, certe sensazioni che l’hanno in qualche modo fatta percepire come:
A - la scarpa da tamarro che si compra le Shoxx da Footlooker (scrivo ironicamente Footlooker perchè il tamarro lo pronuncia così pensando che Lock (dall’inglese to lock…) sia invece un riferimento al suo Look (da tamarro ovviamente).
B - voci e sensazioni legate a una grande multinazionale (e per questo già a priori antipatica). Di certo ha influito la cultura No Global e quanto parlarono e dissero i media di un certo sfruttamento oltre i limite delle risorse, delle fabbriche, della manodopera. A proposito di questo ultimo punto, la stessa Nike ha fatto molto per mettere a tacere certi discorsi, garantendo standard minimi di lavoro e retribuzioni e cercando di pulire quanto avrebbo potuto esserci di marcio, come lo sfruttamento minorile (vedi lo scandalo cambogiano). Tutto questo, tuttavia, ha diffuso nell’aria sensazioni negative che sono state recepite, forse inconsciamente, da un pubblico più sensibile.
Oggi Nike, invece, grazie ad un oculatissima politica di planning, stile, comunicazione e product placement è:
- il marchio da tamarri, di riferimento
- la scarpa da ginnastica che la mamma compra al figioletto che va in prima media
- la scarpa sportiva ad altissima prestazione e contenuto tecnologico
- la scarpa da 2 lire del centro commerciale che mio padre si compra per giocare una volta al mese a tennis
- la scarpa cool-trendy (vedi Vandal limited etc), per gli snob, per i fighetti e gli alternativi.. insomma per chi ha una cultura più r-affinata del fashion. Per chi cerca la chicca.
- la scarpa rarissima da collezionare, super-limited edition, che raggiunge prezzi folli (per pochi maniaci).
La trovi quindi:
dall’outlet, a Bata, a Scarpe & Scarpe fino ad arrivare ad Antonia a Milano e Colette a Parigi.
Questo (cazzo) è fare un’ azienda coi controcoglioni, che ha un pubblico in tutte le fasce, in cui ogni fascia percepisce il prodotto in maniera personale e diversa… E ovviamente fattura a bomba in ogni segmento. Assicuro che è un impresa difficilissima, la più difficile delle imprese. Perchè è una regola quasi naturale: se un prodotto è fatto proprio da un gruppo, da un’altro, per altro verso, tende a essere naturalmente rifiutato.
Oggi invece, Nike, è la scarpa di tutti..a ognuno la sua Nike. E’ il vero marchio globale.