• 04 January 2012
    COOLCHA – THE INTERVIEW

    Da Wait!Magazine n°33. Intervista di Marco Bianchi.

    Ogni giorno ci contattano giovani brand. Noi siamo nati principalmente per questo, per scoprire e promuovere realtà emergenti. Molti mi dicono: “Perché non pubblichi le nostre cose?” Altri vogliono fare pubblicità, ma rispondiamo di no. Non saremmo poi in grado di promuoverli se non crediamo nel progetto. Quando ho conosciuto Nicola, il designer e fondatore di Coolcha, la situazione era più o meno questa. Gli dissi: “non sei ancora pronto. Aspettiamo un momento, lavoraci su.” Eppure c’era in lui un’energia, una caparbietà, una voglia più forte di tutto. Mi chiese: “Cosa devo fare?” Il consiglio che do a tutti è questo: non solo T-shirt, trova una tua identità, non scimmiottare qualcun’altro, tira fuori idee nuove. Eccoci. Finalmente Coolcha è sbocciato e posso con orgoglio dire che, merito tutto suo, ha centrato i miei consigli. Un marchio streetwear emergente nasce in Italia. E’ ben organizzato, serio, incazzato. Fa un prodotto ‘made in Italy’. E cosa più importante ha trovato idee e una sua identità.

    Come è nato Coolcha?

    Quella di Coolcha è una storia nata da poco tempo, ma che già adesso potrei definire quasi incredibile. Nel 2009 ho aperto un piccolo negozio nel centro storico di Foligno, in un periodo in cui lavoravo come dipendente di un’azienda. Proprio qui ho conosciuto Alessio – con cui ho condiviso la scrivania per qualche mese – al quale per primo ho iniziato a confidare quello che consideravo il sogno della mia vita: creare un brand nel settore della moda, e così parlando – tra una pausa caffè e l’altra – un bel giorno Alessio mi ha consigliato di rivolgermi ad Emanuele Paracucchi, noto grafico del posto. Pochi giorni dopo ero nello studio della Paracucchi Armas. Quando gli ho presentato il mio progetto Emanuele si è subito appassionato all’idea ed è rimasto letteralmente affascinato da quella che per lui rappresentava una sfida completamente nuova, essendo il mondo dell’abbigliamento un settore al quale non si era mai dedicato. Nel giro di un mese abbiamo creato nome, logo e pay-off della ditta e, soprattutto, la prima mini-collezione: la primavera-estate 2011. Sei modelli, semplici, ma già capaci di esprimere la filosofia del brand – ludica ed ironica – da far girare velocemente e provare a veicolare, per capire se potevano piacere ed essere apprezzati.

    A questo punto, partendo da zero, come sei riuscito a trovare i primi clienti?

    All’inizio non è stato facile. Nel cercare qualche agente disponibile ed affidabile in questa fase abbiamo incassato parecchie delusioni: “No”, “No, grazie”, “Non ho spazio in showroom!” (per 6 T-shirt?!?), “Il prodotto va bene per il Sud” (!), “Noi il basico non lo vendiamo”, “Per noi protagonista non è il marchio, ma lo stile”… Poiché per carattere, di fronte a certe affermazioni, anziché scoraggiarmi mi incazzo, ho iniziato a pensare a qualcosa di alternativo, ho creato un sito e ho aperto un account su facebook. Caricando le foto della mini-collezione e aggiungendo contatti di negozi, ho cominciato a riscontrare i primi apprezzamenti e sono riuscito ad avere i primi clienti: Point Fashion a Bolzano e Point Fashion a Bressanone, non esattamente profondo sud come aveva profetizzato una delle agenzie contattate.

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    Lisa

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    02 December 2011
    FASHION NO VICTIM – THE INTERVIEW

    Da Wait!Magazine n°33. Intervista di Marco Bianchi.

    Quando ho conosciuto Roberto e Patrick giravano i negozi in station wagon, si sparavano anche 600 Km al giorno in macchina e scaricavano valigioni pieni di “brand di ricerca” come li chiamavano loro. Questa determinazione non li ha mai abbandonati, ma l’intelligenza, il fiuto di capire dove stava andando il mercato li ha portati a scoprire per primi il filone scandinavo e a imporlo in Italia. Oggi Fashion No Victim è uno dei nomi più importanti in fatto di showroom in Italia e ha aperto il terreno per l’invasione dello scandinavian-style. Possiamo dire tuttavia che la gran parte dei migliori brand nordici ce li hanno ancora loro. Non solo hanno aperto un nuovo e bellissimo showroom a Verona, ma sono riusciti a stravolgere la regola in base alla quale i buyers vanno a milano. Oggi tutti i compratori degli street-store più evoluti vanno in pellegrinaggio a Verona.

    Allora ragazzi. Raccontatemi la vostra storia, da dove venite e come siete precipitati nel mondo della moda.

    Beh tutto è iniziato quasi per sbaglio. Roberto era inserito in un’azienda di moda, nell’ufficio com¬merciale estero mentre Patrick approdava alla con¬clusione degli studi universitari, e dopo la fashion week di Berlino, nell’estate 2003 ci è balenata l’ idea di aprire un nostro ufficio con dei marchi totalmente nuovi per il mercato italiano.

    Sbaglio o posso confermare che siete stati i primi a importare lo stile scandinavo in Italia. Da cosa è nata questa intuizione?

    Sì, puoi confermarlo! La prima volta che siamo andati al CPH (la fiera più importante) a Copenanghen eravamo gli unici italiani. Ci sentivamo e ci vedevano come degli alieni!!! L’intuizione nacque durante una vacanza fatta con degli amici a Cipro, esattamente ad Aya Napa. In quell’occasione ci accorgemmo dello stile “no logo” degli scandinavi, nel 2002 in Italia i loghi erano dappertutto.

    Il motto sul vostro sito era, se non erro, “simple is better”… qualcosa tipo “less is more” non è vero?

    Sì, il motto era “Simple is cool”.

    Ovviamente non ci sono solo aziende scandinave nel vostro showroom ma anche uno dei brand di successo di questi ultimi 2 anni, Eleven Paris: come è nato il colpo di fulmine per questa linea?

    Conoscevamo il marchio tramite il web. Lo ave¬vamo notato su vari siti e blog europei e ci era subito piaciuto moltissimo.

    Cosa deve avere un brand oggi per entrare nel vostro showroom?

    Deve stupire ed emozionare!

    Qual’è stato il marchio che ha sorpreso le vostre aspettative ultimamente?

    Humor. Ci abbiamo creduto sin dall’inizio, ci piaceva lo stile così particolare, con questi colori accesi e le maglie over-size. Poi l’azienda si è evoluta molto anticipando il trend europeo e raggiungendo in brevissimo tempo dei grandi risultati.

    Quali sono le novità a livello di brand per la stagione ss’12?

    “Denim is dead”. Il brand, sul filone skinny della Stoccolma anni ‘80, “Just Junkies” un total look ma soprattutto un denim accattivante e “Rascals” un brand che si colloca nei negozi “cool”, appassionati delle biciclette a scatto fisso.

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    Lisa

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    15 November 2011
    WAIT! SHOPS – INTERVIEW WITH THE BEST ITALIAN FASHION STORES: QUAKE @ LATINA & ROMA

    Normalmente in questa rubrica standard, amiamo fare domande standard, Il bello è che ogni negozio interpreta le risposte a suo modo, rendendo ogni intervista unica. Ma con Mr. Quake ciò non è stato possibile. E’ come cercare di abbracciare un tornado: Quake ti travolge e ti ribalta. Io l’ho conosciuto in rete come migliaia di persone, dove martella su Facebook come un fabbro, lancia prodotti, brand, idee… Quake viene da Latina. Dalla provincia. Con un tam tam infernale di amicizie, contatti reali e digitali il suo nome si è diffuso. Ora Quake, dalla provincia, ha lanciato un nuovo concept-store a Roma, destinato a diventare un punto di riferimento per brand emergenti e una piattaforma per realtà creative che vanno oltre i soliti schemi della logora industria della distribuzione italiana. Non solo. Quake sta mettendo la sua firma sotto una serie di negozi, in cui si respira aria nuova, per i quali fa consulenza, brand-selection e “visual” grazie al suo braccio destro Valentino Bersani.

    E’ stato capace, con la sua forza, di contribuire in maniera decisiva al lancio italiano di numerosi brand. Quake, al di là della sua immagine da “cattive compagnie”, è una delle personalità con maggiore sensibilità commerciale nel settore street-fashion italiano. Inevitabile, quindi, intervistarlo.

    Come e dove nasce il nome Quake?

    Nasce dal mio carattere carismatico e irruento: “quake” significa brivido, terremoto.

    Quando Quake realizza che il mondo della moda è il suo mondo? Quando arriva l’illuminazione?

    Da molti anni navigo nel mondo della moda. La svolta dopo un viaggio a Barcellona, per il Bread and Butter. Lì ho deciso di dedicarmici al 100%, volevo spaccare, anche se venivo da una gavetta unica come ambulante di mercato.

    La storia dell’ambulante è fantastica.

    Per 5 anni ho venduto dalle mutande ai chiodi.

    La maggior parte della gente che ha spaccato ha fatto la gavetta, si è sporcata le mani, sa cos’è la fatica…

    Io sono autentico.

    Non hai ereditato la boutique da mamma e papà.

    No.

    Sei nato nella dura provincia: Latina. Raccontami…

    Sono nato a Roma, in un quartiere popolare. Ho vissuto a Roma per 20 anni. Da 15 a Latina. Per una sfida, per imporre il mio stile non omologato ho preso schiaffi da tutti con “minimi d’ordine”, imposizioni per avere i brand. Ho arricchito gli stocchisti. Ma adesso basta, faccio come dico io.

    Hai una particolare rabbia per il mondo dei rappresentanti… Cosa ne pensi?

    Penso che debbano fare la gavetta prima di avere la presunzione di potermi intortare. Ho sempre trovato io i brand, mai dato retta allo sfigato di turno che viene in negozio.

    Cosa deve avere oggi un brand per poterti colpire e per entrare nel tuo store?

    Qualità, vestibilità e una buona comunicazione alle spalle. Poi il resto è poesia mia. Non vendo bidoni, ci metto la faccia e il cuore.

    Quali marchi ti hanno colpito ultimamente, sui quali vuoi puntare e consiglieresti ai tuoi colleghi del settore street-fashion?

    Byg Bang. Poi Reception e BoomBap, le reputo il futuro.

    Hai quasi cinquemila contatti sul tuo profilo Facebook. Paghi qualcuno o è tutto lavoro tuo?

    Tutta farina del mio sacco. Devo seguire io i miei clienti. Devo sempre stupirli e accontentarli anche se mi costa molta fatica e rinunce. E’ una formula Quake, non da tutti.

    Quando hai capito che Facebook era il mezzo più veloce per contattare i clienti e per farsi notare? E non pensi che tra un po’ Facebook diventerà out, magari superato da qualche altra cosa?

    Tornato da un viaggio a Miami tutti i ragazzi americani mi chiedevano “Hai Facebook?”. Io non sapevo neanche cosa fosse. Tornato in Italia ho aperto un profilo personale, ma la cosa non mi divertiva. E allora ho cambiato rotta è ho deciso di creare il profilo dello store. E’ stato il decollo: il “quakebook”, sempre open giorno e notte, sempre avanti con post, news e tante follie.

    Ma c’è qualcosa dopo Facebook?

    Sì, stiamo gia lavorando con mille adesivi. Nella rete sicuramente ci sarà a breve qualcosa di innovativo, ma non vi anticipo nulla.

    So che stai aprendo a Roma.

    La direzione credo sia l’online: Roma sarà la svolta.

    Raccontaci il progetto. E perché lo chiami la Quake Revolution.

    Il progetto è avere affiliati per condividere gli stessi brand, gli stessi principi, gli stessi valori, gli stessi fornitori, e creare una rete di store tutti con lo stesso assetto: questo è il Quake project. Seguo già tre store direttamente. Questo fine settimana inaugura Cool&Chic, il primo degli store totalmente “Quake inside”. L’ho tirato su insieme al mio collaboratore Valentino specializzato in visual merchandising. Lo abbiamo seguito da zero: arredo merci e sopratutto siamo andati noi direttamente in Calabria a seguirne gli sviluppi.

    Anche se odi il mondo dei rappresentati so che hai un rapporto speciale con Marco Sermoneta di Profile Expo, Piazza di Spagna. Perché?

    Profile? Per me è come una seconda casa. Io e Marco parliamo la stessa lingua, siamo ben coordinati ci  conosciamo da molto tempo e lo ritengo l’unica persona che mi ha dato veramente molto per raggiungere i miei obiettivi professionali. Mi sento parte anche io di Profile e lavoro molto anche per lui.

    Qual’è l’unico modo di superare questa crisi per chi fa questo lavoro?

    Credo sia un momento difficile per tutti. L’unico modo è investire su aziende solide e che comunicano in maniera decente. Non è il momento di fare esperimenti, stare a galla è già un successo.

    Ultima domanda. Dove sogni di vederti tra 10 anni… Dove vorresti essere?

    Direi Miami, la città dove spesso mi ritiro per valutare le mie strategie e dove mi sento a casa. Il mio progetto si realizza a Roma essendo romano ma Miami è il mio sogno.

    Saluta i nostri lettori… Che messaggio vuoi lasciare loro? State manzi il bello deve ancora arrivare ahah parola di Quake.

    www.quakestyle.com -   FACEBOOK  PAGE

     

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    Marky

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    31 August 2011
    MY T-SHIRT – THE INTERVIEW

    Un blog serio di moda non può non parlare di uno dei fenomeni italiani del momento, nel campo delle t-shirt: My T-shirt, il marchio che (assieme a Happiness) ha intuito la formula giusta: un prodotto con un prezzo estremamente accattivante, sia all’ingrosso, sia per il cliente finale (una t-shirt costa al pubblico attorno ai 27-29 euro), ma con grafiche estremamente accattivanti. Anche il tessuto, il cotone fiammato, è un materiale che ha contribuito a renderle riconoscibili. Attraverso il passaparola tra negozi hanno conosciuto negli ultimi mesi un vero boom. Il marchio ha rotto, (un po’ come ha fatto all’epoca Cheap Monday irrompendo nel mondo del denim con un jeans a 55 euro), la barriera dei 30 euro, senza per questo perdere appeal sul pubblico. Abbiamo intervistato Tomas Lanza, creativo e designer che lavora alla parte artistica di My T-shirt, per conoscere la storia e lo sviluppo del brand.

    My T-shirt. Come nasce? Qual’è la storia, l’idea, l’intuizione che sta dietro al brand?

    Il brand nasce da un’idea di un paio di anni fa che poi è stata realizzata nel 2010. Ho voluto mettere il mio modo di essere irriverente e l’ho fatto caratterizzando le icone del nostro tempo, figure della moda, del cinema e della musica. Sono partito da Marylin e Jim Morrison sino ad arrivare a Lady Gaga e Kate Moss, passando per Karl Lagerfeld e Einstein. A tutti ho piazzato un bel nasone rosso da clown e ho applicato un “filo” di trucco; da questo concetto parte la filosofia del brand, “Life is a Circus”. Credo che il mondo del circo sia una metafora perfetta della vita, è il regno degli opposti e dei contrasti, è l’unico luogo al mondo nel quale le paillettes danzano sulla segatura. Attraverso l’irriverenza delle mie t-shirt mi piace avere un impatto contrastante, mi piace sentire le persone che si complimentano perchè sono riuscito a farle sorridere e quelle che si infervorano nelle critiche in quanto vedono come deturpati in un certo senso dei personaggi intoccabili. In tutti i casi, questa è la parte “figa” del lavoro, la reazione delle persone e l’attesa della prossima t-shirt. E’ bello incontrare le persone che ti propongono di lavorare su questo o quel personaggio, significa che hai colpito la loro immaginazione. Questo è fantastico.

    Chi sono le persone che stanno dietro al progetto?

    Le persone coinvolte nel progetto sono prevalentemente 5. Io mi occupo della parte creativa e dello stile, Fabio Fabbri è l’imprenditore che sta dietro il progetto il quale si occupa anche della produzione attraverso la sua azienda; ci sono poi Filippo Gallorini e Marcello Ghelli che compongono la direzione commerciale ed infine Emanuela Crescentini che segue tutto quello che passa per web e social network.

    Tomas, ho visto che sei un bravissimo graphic designer. Tu come ti definisci? Stilista, artista, imprenditore? Qual’ è il tuo background?

    Mi definisco “creativo in progress”, ovvero aperto a tutti gli stimoli possibili e immaginabili. In effetti non ho un background accademico ben definito. A parte il fatto di aver intrapreso un percorso presso l’Accademia di belle Arti, credo che essere creativi oggi risieda nel fatto di carpire idee in tutto quello che abbiamo a disposizione dal quotidiano. Una parte fondamentale però, sta nell’andarsi a cercare spunti al di fuori della sfera abituale, per questo passo diverse settimane all’anno in giro fra milano, londra e berlino, che ritengo siano sempre città piene di sorprese e spinte creative. Anni fa abitavo a Los Angeles e appena arrivato mi regalarono una t-shirt promozionale di un ostello a Santa Monica che diceva: “Non puoi capire il mondo se non lo vedi con i tuoi occhi”. Beh, credo che in quella frase sia racchiuso un po’ il mio voler scoprire continuamente, la curiosità che ogni giorno anima il mio lavoro. Un designer deve essere sospinto da una forte passione per la ricerca, deve vedere , come detto, con i suoi occhi per poi capire e reinterpretare in modo personale.

    My-T-shirt, vi rendete conto che avete avuto sul mercato un impatto dirompente? E che il vostro brand verrà ricordato come quello che ha rivoluzionato il mercato della t-shirt?

    Fino a poco tempo fa in realtà non mi rendevo tanto conto di questa cosa, poi, come ho detto, entri in un bar o in un negozio e trovi le persone che ti fermano e ti chiedono su cosa stai lavorando, ti danno idee, ti propongono il personaggio che per loro dovrebbe diventare Circus. Da questo ho iniziato a capire che abbiamo un grande successo e la vera rivoluzione sta nel fatto che ad avvicinarsi a My T-Shirt sono i teen agers, così come la signora super griffata che vede in My T-Shirt un must da avere assolutamente nell’armadio. Detto questo, adesso arriva la parte difficile, ovvero la riconferma del successo stagione dopo stagione. Per ora siamo ancora in forte ascesa, a giudicare dal numero dei retailers che richiedono la collezione. Speriamo bene….

    Come si evolverà il brand? Per come vi chiamate, produrrete solo t-shirt o vi evolverete anche in altri articoli come felpe, pantaloni, borse ecc.?

    La t-shirt resta sempre il riferimento, anche se stiamo lavorando su un ampliamento dei prodotti da inserire in collezione come felpe, pantaloni ed accessori. Però se penso al mio cliente, credo che da me si aspetti sempre una nuova t-shirt più che un altro capo. Ci sono tanti brand che dalla t-shirt sviluppano dei total look, ma onestamente, credo che finiscano per perdere di vista la semplice maglietta stampata, che alla fine è il prodotto che dà riconoscibilità e il successo. Quindi, sì all’ampliamento della linea, ma sempre fermi sul fatto che la maggior parte del mio lavoro sarà quello di creare nuove t-shirt, magari lavorando anche su vestibilità e tagli diversi e , perchè no, allargando il brand al mercato del bambino.

    Sbarcherete all’estero?

    All’estero stiamo già arrivando, avendo concluso accordi con distributori su tutta Europa, Stai Uniti, Canada, Brasile e Cina. Dalla PE2012, sarà possibile trovare My T-Shirt anche all’estero, ma di questo daremo notizie più precise durante Pitti Uomo a gennaio prossimo.

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    Marky

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    29 April 2011
    WAIT! SHOPS – INTERVIEW WITH THE BEST ITALIAN FASHION STORES: UNDERGROUND @ FABRIANO

    Il nostro viaggio negli store indipendenti che contano, e tengono vivo e vitale questo paese non finisce mai. Mi hanno parlato alla grande di Underground e finalmente Facebook mi ha messo in comunicazione con Nicolò, che gestisce questa realtà in piena espansione. Un’ evoluzione che dallo streetwear oggi lo sta portando verso lo street-fashion. Negozi curati in ogni dettaglio e da cui, basti guardare le foto, si percepisce l’amore per il prodotto e l’attenzione ai particolari.

    Nome del negozio? Underground

    Come mai questo nome? Inizialmente, nel ’95, quando è nata la nostra attività, il locale era totalmente SOTTOTERRA!

    Dove si trova? Il nostro HeadQuarter si trova a Fabriano (AN) la città della carta, gli altri si trovano in Umbria a Gualdo Tadino e Gubbio

    Chi è (o chi sono) i titolari dello store? Tutti i nostri clienti, (Mio padre) Fabio e (Io) Nicolò senza dimenticare (mia madre) Lucilla.

    Descrivetevi in 3 parole? Metodici, Ricercatori, Camaleontici.

    Come e perchè vi è venuta la ‘pazza idea’ di aprire/gestire un fashion-shop? Mio padre ha un’esperienza trentennale nel mondo dell’abbigliamento. Dopo qualche anno di gestione di negozi e acquisti per privati decise di mettersi in proprio così nacque il primo store (Underground) …seguito poi da altri 3.

    Io semplicemente gestisco quello che lui ha creato!

    Se non gestissi un negozio di abbigliamento cosa faresti nella vita? Sicuramente farei il Tatuatore!!!

    Avete una filosofia particolare? …By the street with love…

    Che marchi tenete?

    Carhartt, Wesc, Nike sb, Iuter,Naked Ape, Nikita, Obey, Bored, Stussy, Dr. Denim, Monoty e altri 30 marchi…

    Qual’è stato il brand di maggior successo della scorsa stagione? Wesc senza ombra di dubbio.

    E quello rivelazione? Obey, che per me è un marchio indispensabile… Shepard Fairey è un mito!

    Quale invece potrebbe essere il prodotto o il brand MUST HAVE della prossimamente stagione? Punto e Basta clothing, la collezione A/I prossima è veramente stupenda…Il loro prodotto non lo definirei un capo di abbigliamento…Ma un oggetto di design!

    Quale prodotto, al di là del volume di vendite, ti ha dato maggior soddisfazione vendere ed orgoglio a proporre?

    Stussy

    Quale brand vorreste inserire prossimamente….?

    Sicuramente uno dei brand che mi ha colpito di piu’ è stato Federation…anche se vendere un marchio così avanti non è sempre facile.

    Quali caratteristiche deve avere un marchio per poter entrare nella vostra brand list?

    Deve essere molto bravo nella comunicazione, deve essere attento ai dettagli e deve sapersi distinguere dagli altri brand.

    3 canzoni (nome canzone e autore) che amate mettere come sottofondo musicale nel vostro store. Insomma, qualcosa che si addice al vostro spirito.

    Born to be wild – Steppenwolf

    Rock ‘n Roll – Led Zeppelin

    Back in Black – AC/DC

    Come si è evoluto il negozio da quando avete aperto? Come pensate si evolverà nei prossimi anni? Inizialmente il negozio era impostato a mo’ di “Jeanseria”, per poi diventare un negozio Street con l’arrivo di marchi come Etnies Dc Circa ecc…Diciamo Core.

    Come ultima metamorfosi stiamo cercando di integrare prodotti Fashion agli storici come Carhartt…STREET/FASHION.

    Il nostro negozio si evolve giorno dopo giorno…

    Se un giorno aprirete un negozio fuori dall’Italia dove vi piacerebbe andare? Sarebbe bellissimo poter aprire un negozio in California o in Michigan, ma mi accontenterei anche di Copenhagen o Berlino.

    Fateci i nomi e la descrizione di 2 vostri clienti leggendari. Poi salutateli. Enrico…un grande, mi chiama ogni tanto per darmi delle dritte su qualche brand emergente e quando entra in negozio è sempre un piacere!

    Peccato solo per il cappello di Gucci che ama indossare…ORRENDO! ahahha Ciao Richella… E poi tutti i nostri clienti sono leggendari, ognuno con i propri pregi e difetti, con le proprie fissazioni! Li ringrazio veramente tutti, anche quelli che ci criticano…siete il più grande stimolo per il nostro miglioramento.

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    Marky

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    27 April 2011
    BLOMOR – THE INTERVIEW

    Abbiamo intervistato Mattia Mor, il fondatore di Blomor. Quando ci è capitato di parlare del brand si levato da una parte un coro di fan, dall’altra gli ululati dei detrattori. Blomor è come un film dei Vanzina, viene bacchettato dai critici puristi, ma sbanca al botteghino. Noi siamo andati direttamente  da Mattia, per raccontare una storia unica e significativa nello streetwear italiano. Da zero a oltre 500 negozi in Italia. E oggi anche un monomarca che ha appena aperto a Milano.

    Come è nata la storia di Blomor? A 17 anni, nel 1998, avevo già deciso che avrei voluto fare l’imprenditore e avrei voluto creare un marchio di abbigliamento. Con un amico, Alberto Carmagnani, abbiamo iniziato a disegnare delle grafiche sul diario a scuola e abbiamo deciso di chiamare il nuovo marchio “Blomor”, che risulta essere l’unione delle parole Blo e Mor. Mor ovviamente è il mio cognome, mentre Blo è la parola che usavamo per salutarci tra amici in quell’anno, una sorta di parola d’ordine. Da lì abbiamo iniziato a sviluppare alcune grafiche e abbiamo prodotto 200 t-shirt che sono state vendute tra gli amici del liceo. Poi la cosa si è fermata, e l’ho ripresa in mano io da solo nel 2004, decidendo di ricominciare a seguire quel sogno nell’ultimo anno di università. Inizialmente l’avevo preso come un gioco che non sapevo a cosa avrebbe portato, poi la cosa è cresciuta, si è sviluppata, e con delle scelte importanti è arrivata al punto in cui siamo adesso, anche e soprattutto grazie al grande lavoro fatto da Iucu, la mente creativa del brand dal 2007.

    Come e perchè ti è venuta in mente l’idea di fare delle t-shirt con su dei cocktail? Le prime maglie nel 2004 le ho vendute in alcuni negozi genovesi, con la scritta Bomber, che da noi era un aggettivo per appellare le persone, in maniera “Figa” diciamo, come dire “fratello” o “zio” per intenderci. Dopo i primi mesi di buone vendite con le maglie Bomber non sapevo cos’altro fare ho fatto una sorta di brainstorming con degli amici mentre preparavamo un esame. Parlando è venuta fuori l’idea che delle maglie con i nomi dei più importanti cocktails non c’erano e ognuno invece ha un suo drink preferito! L’idea mi è sembrata semplice ma geniale e abbiamo iniziato così a venderle.. è stato un successo al di là di ogni più rosea aspettativa, che continua ininterrottamente e sempre più in crescita anche adesso.

    Quando hai capito che il gioco diventava qualcosa di serio? Nonostante l’abbia iniziata come un gioco ho sempre pensato potesse e dovesse diventare qualcosa di serio, senza tuttavia sapere magari come! Quando all’inizio del 2007 ho lasciato il mio precedente lavoro di consulente in una multinazionale americana, sicuro e ben pagato, e in un mese ho conosciuto Iucu e il mio attuale partner produttivo, è stato il punto di non ritorno.

    Non vieni dal mondo della moda. Non vieni dalla bottega. Esci da un’università importante, la Bocconi. In che modo il tuo percorso di studi ti ha dato una marcia in più? C’è chi dice che avrei potuto avere successo con un marchio abbigliamento anche senza essere laureato in Bocconi con il massimo dei voti, certo. Ma l’università, e in particolare quel tipo di università, mi hanno dato delle competenze e un’apertura mentale che è fondamentale per mantenere in vita una storia imprenditoriale in un settore volatile e rischioso come l’abbigliamento, e sarà sempre più fondamentale quanto più Blomor crescerà e il gioco diventerà grande.

    Come ti definisci? Imprenditore? Creativo? Stilista? Io sono un imprenditore. Supervisiono il lavoro creativo di Iucu, con occhio attento al mercato e alle richieste dei nostri interlocutori, ma il responsabile della creatività è lui. A me piace molto di più dedicarmi alla parte strategica in primis e commerciale.

    Blomor, è in controtendenza con tutto quello che sembra andare di moda oggi. Bianco e nero, tutto serio, tutto rock, tutto cattivo. Voi continuate con la vostra strada. I colori, l’ironia, a volte, perdonami, la scemenza. Le vendite vanno bene nonostante questo essere così fuori dai dettami della moda del momento? E’ la cosa che ci rende più orgogliosi. L’idea di crescere e vendere sempre di più un momento in cui la moda vuole tutto l’opposto di quello che proponiamo noi è qualcosa di esaltante che sta a significare che il nostro lavoro piace e paga indipendentemente dai dettami del mercato! L’importanto in questo senso è avere una coerenza stilistica, evolvere senza snaturarsi, e fare al meglio quello che si sa fare.

    Come si evolverà il brand? Blomor evolve ogni stagione; ogni stagione vogliamo stupire i nostri clienti con una quantità di offerte tale che non possono crederci loro stessi.

    Ci dobbiamo aspettare uno sviluppo su qualche tipo di prodotto in particolare, chessò del denim, capospalla? Nell’autunno inverno 2011 in presentazione a Pitti lanceremo tre modelli di capospalla molto molto interessanti che vogliono essere il primo passo all’interno di un segmento difficile ma molto importante e redditizio. Ci sarà l’introduzione della maglieria, altro passo importante e inevitabile. Dal 2012 potrebbe esserci evoluzione verso il denim e la camiceria, ma solo se ne saremo convinti. Vogliamo fare delle proposte di prodotti nuovi solo e soltanto se troviamo delle idee innovative e rivoluzionarie, non vogliamo mai e poi mai fare qualcosa tanto per farlo, o per seguire un trend, mai.

    In quanti negozi si trova oggi Blomor? Sono più di 600 per l’adulto e 180 per il bimbo, in Italia. Poi Grecia, Belgio, Olanda, Spagna.

    Cosa avete fatturato lo scorso anno e cosa puntate a fatturare nel 2011? Sono stati 2,2 mln nel 2009, saranno 3,7 mln nel 2010 e puntiamo, verosimilmente, a 6 mln per i 2011.

    Avete piani di espansione all’estero? Assolutamente sì, per ora la nostra presenza è limitata a pochi paesi, ma vogliamo fare un bel piano di espansione nei grandi mercati europei, Francia, Germania, UK.

    Iucu, lo cosco bene, è un carissimo amico. Raccontaci il suo impatto con il brand Blomor. E’ stato fondamentale. Mi si è presentato nel 2007 dicendomi “carina l’idea dei cocktails, ma le cose che fai mi fanno schifo”. Invece di offendermi gli ho fatto fare una prova e da allora ha preso in mano tutta la creatività del marchio.

    Come reagisci alle trovate e alle continue follie del tuo creativo? Le follie passate sono state talmente vincenti che ormai lo assecondo quasi in tutto. Le su follie e l’inventiva continua sono il punto di forza di Blomor, e sono riconosciute come tali dai clienti.

    Lo assecondi su tutto e devi cercare di arginarlo? Come detto prima, ormai lo assecondo quasi su tutto, perchè la sintonia e la fiducia sono tali che non potrei fare altrimenti. Più che arginarlo strutturo all’interno di una collezione tutto quello che disegna e inventa.

    Qual’è il prodotto più assurdo che non è mai andato in produzione? Praticamente non ho mai bocciato nessuna proposta di Iucu, almeno non quelle più assurde! può essere che alcune cose non vadano avanti perchè “poco” assurde, ma se sono forti e hanno una personalità sicuramente arriveranno in collezione!

    Collaborazioni. Quella con Algida e andata alla grande. Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? Quella con Algida è stata una collaborazione perfetta, che ci ha dato grandissime soddisfazioni in termini di vendita, raddoppiate dal 2010 al 2011 e resisterà ancora per il 2012. Ma le collaborazioni non finiranno certo qui, abbiamo in ballo una licenza per il 2012 con un marchio fortissimo a livello internazionale che ci permetterà di portare Blomor ad un livello ancora più alto sopratutto sulla donna e all’estero!

    E’ vero che avete aperto un monomarca a Milano? Si, abbiamo aperto alcune settimane fa in Via Torino, a 100 mt dal Duomo.. E’ il primo passo verso una serie di aperture con le quali vogliamo veicolare ancora più fortemente il marchio Blomor in tutte le piazze top d’Italia e con il quale vogliamo spingere collaborazioni con altri marchi, trasformando il Blomor store in veri e propri laboratori creativi.

    Hai un motto particolare? Sognare, Intraprendere, Agire. Tre parole che sintetizzano quello che ho fatto sinora e che cerco di fare ogni giorno.

    La tua esperienza al Grande Fratello. L’hai fatto per te? O perchè pensavi potesse portare un ritorno per la tua azienda? L’ho fatto perchè si è presentata l’occasione per caso e mi sarebbe parso stupido non coglierla. Non ho pensato ad un ritorno d’immagine in particolare, anche se è ovvio che una visibilità di questo tipo può avere effetti anche sulla visibilità del marchio che rappresento. Non so però dire se degli effetti positivi ci siano stati o no, in quanto Blomor andava già molto bene ed è andato ancora meglio, ma non si riesce mai a quantificare il ritorno della “pubblicità”.

    E alla fine tirando le somme cosa mi dici di questa esperienza? E’ stata un’esperienza, interessante in quanto unica.

    Tra 20 anni ti immagini ancora nel mondo della moda o dove? Ho talmente tante idee in testa che le strade potrebbero essere molteplici, ma penso che la mia vena imprenditoriale mi spingerà sempre a nuove avventure, nelle cose più disparate. Non so se sarà nella moda, l’importante sarà seguire la passione e le idee.

    Hai un sogno nel cassetto? Mi piace molto la politica……

    Un’ultima cosa. Conosco il tuo impegno e il volontariato legato a ‘ Sorriso per il Sudan’. Cosa ci racconti a proposito? L’esperienza con Sorriso per il Sudan è stata bellissima, un’esperienza di vita importantissima. Ero già stato in Africa 3 volte ma andare direttamente sul campo in una delle zone più povere dell’Africa a vedere quello che direttamente viene fatto per assistere queste popolazioni è stata di gran lunga la più toccante di tutte. La cosa bella è che Sorriso si impegna direttamente sul territorio nella costruzione di scuole e ospedali e tutto quello che viene raccolto è effettivamente utilizzato soltanto per i loro progetti, per cui, in un momento in cui la fiducia in molte organizzazioni manca, è bellissimo poterli aiutare per far sì che il nostro aiuto arrivi direttamente a quelle popolazioni. Anzi invito tutti a visitare il sito www.sorrisoperilsudan.it e a dare un contributo, anche piccolo, per persone a cui manca tutto.

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    Marky

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    21 December 2010
    Wait! Shops – Interview with the best italian fashion stores – AWSM Store @ Caserta

    VERSIONE ITALIANA

    Chi di voi non ha mai sentito parlare di AWSM? Webzine nata due anni fa e oggi affermata realtà in continua evoluzione, si occupa di arte, fotografia, design, nightlife e musica.

    Ma oggi è di AWSM Store che ci vogliamo occupare, seppur nato da poco, riteniamo sia uno degli stores degni di essere inseriti nella nostra rubrica di interviste ai migliori negozi italiani.

    Piacevolissima sorpresa in quel di Caserta, AWSM Store ci piace per la ventata di freschezza che ha portato in Campania, facendo ottima ricerca, unendo marchi storici ritornati in voga, giovani brand ormai diventati certezze e realtà emergenti.

    Ma lasciamo la parola a Domenico e Germano, i titolari del negozio.

    Nome del negozio? Awsm Store.

    Come mai questo nome? Perchè è nato in un momento felicissimo della nostra vita, e mi riferisco ad AWSM.IT

    Dove si trova? Corso Giannone 84, CASERTA

    Chi è (o chi sono) i titolari dello store (nome, e descrivetevi in 3 parole)? Domenico & Germano, mente & braccio, mano & cuore. ”Ca man Ro’ Core crew”

    Come e perchè vi è venuta la ‘pazza idea’ di aprire/gestire un fashion-shop? Perchè vogliamo mettere al servizio del nostro pubblico ed in maniera concreta, parte della ricerca che quotidianamente pubblichiamo su awsm.it .

    Se non gestissi un negozio di abbigliamento cosa faresti nella vita?

    Oltre allo store ci dedichiamo a molte altre attività, abbiamo un ufficio stile, un daily webmag e una agenzia di comunicazione.

    Poi c’è la ciliegina sulla torta…Article “articleclothing.it”…ma stiamo parlando di awsm adesso, no?

    Avete una filosofia particolare?

    L’unica filosofia è quella di svegliarsi al mattino con le idee ben chiare rimboccandosi nel frattempo le maniche.

    Che marchi tenete?

    Surface to air, Phonz Says Black, American Apparel, Le fluflu

    Camo, Motel Rocks, Generic Surplus, Vintagerie, Dead Meat, February…e     qualche cazzatella qua e la.


    Qual’è stato il brand di maggior successo della scorsa stagione? Motel Rocks.

    E quello rivelazione? Surface To Air.

    Quale invece potrebbe essere il prodotto o il brand MUST HAVE della prossimamente stagione?

    Ce ne sono due. Il primo di cui annunciamo solo il nome, è Jeffrey Campbell. Il secondo è Camo, i ragazzi di Biella ci sanno fare.

    Date un occhiata ai Chinos.

    Quale prodotto, al di là del volume di vendite, ti ha dato maggior soddisfazione vendere ed orgoglio a proporre?

    La serietà aziendale ed il prodotto di Surface to air sono da 10 e lode.

    Quale brand vorreste inserire prossimamente….?

    Soulland, Rapha e un nome…Rick Owens.


    Quali caratteristiche deve avere un marchio per poter entrare nella vostra brand list? Comunicazione, deve saper parlare di sè, sopratutto. Poi qualità e ricercatezza.

    3 canzoni (nome canzone e autore) che amate mettere come sottofondo musicale nel vostro store. Insomma, qualcosa che si addice al vostro spirito.

    Darwin Deez – Radar Detector

    The Strokes – Razorblade

    Jurassic 5 – Jayou

    Come si è evoluto il negozio da quando avete aperto? Come pensate si evolverà nei prossimi anni?

    Bella domanda. Non ti rispondo per scaramanzia.


    Se un giorno aprirete un negozio fuori dall’Italia dove vi piacerebbe andare?

    A noi piacciono i paesi caldi…

    Fateci i nomi e la descrizione di 2 vostri clienti leggendari. Poi salutateli.

    Non ci sono clienti leggendari, ma molti di loro sono nostri amici… e cogliamo l’occasione per salutarli tutti!

    ___________________________________

    ENGLISH VERSION

    Who has never heard about AWSM? Webzine borned two years ago and now established reality in continuous evolution, she talkes about art, photography, design,music and nightlife.

    But today we want to talk about AWSM Store, even if just born, we believe it is one of the stores worthy of being included in our book of interviews with the best Italian shops.

    A very pleasant surprise in Caserta, what we like in AWSM Store is the cool breeze that he has brought in Campania, doing good research, combining classic brands back in vogue, young brands now becamed certainties and emerging realities.

    We now come to the interview with Domenico and Germano, owners of the store.

    Store name? Awsm Store

    Why this name? Because it was born in a happy moment of our lives, and I’m referring to AWSM.IT

    Where is it? Corso Giannone 84, Caserta

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    Sberla

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    11 December 2010
    WAIT! INTERVIEW HAENG

    Intervista di Marco Bianchi da Wait! n°30

    Un brand che combatte il logo. Ohibò. Che punta tutto sulla qualità. Su un lavoro di lungo termine. Su un’ idea…che diventa un sogno. Un moschettone che da visione, diventa intuizione e poi icona. Un’azienda italiana. Che nel mondo del jeans, o meglio, del pantalone, ha trovato un modo, tutto suo, di far parlare di sè, di distinguersi. Di creare un progetto e un prodotto di qualità. Dandosi anche il tempo per realizzarlo e ai suoi consumatori quello necessario per conoscerlo e capirlo. Sogno o son desto? E’ stato un onore, far parte sin dall’inizio, come osservatore, di quest’avventura lanciata da Davide e da tutto il team (un’azienda vera, con un know how vero e decennale nel mondo del denim). E ora… chissà dove andranno a finire? Vogliamo, attraverso questa intervista, aprirvi una fine- stra su mondo Haeng e una filosofia che apprezziamo davvero.

    haeng

    Davide, come è scoccata la scintilla da cui è nato haenG ?

    Il nostro progetto è nato grazie all’effetto ottico creato da un gancio appoggiato per caso sopra un pantalone. Mi piace pensare al fatto che c’ ero io lì per vederlo.

    Chi/quali persone ci sono dietro al progetto haenG ?

    Due tizi : uno visionario ( io ) ed uno pragmatico ( Roberto, il produttore ). Di solito questa combinazione funziona: uno tira da una parte, uno dall’altra e si sa: la virtù sta nel mezzo. La colla che ci tiene uniti è la passione per il denim. haenG, la qualità assoluta del prodotto, la cura maniacale di dettagli e lavaggi, del fit.

    Quale cammino vi ha portato ad avere questo ‘know how’?

    L’unica scuola è l’esperienza sul campo. Anni passati masticando cotone e bevendo indaco. Non potevamo che restituire denim.

    Mi parli di un prodotto NO LOGO. Eppure a suo modo il prodotto è riconoscibile… parlo del moschettone che è una sorta di logo in 3D. Sicuramente un colpo di genio. Sbaglio?

    Il colpo di genio nasce dal nulla, è un flash. Io credo invece che sia una questione di apertura mentale, la contaminazione è sicuramente un ottima chiave di lettura. Per quanto riguarda la riconoscibilità del prodotto, il moschettone è lì proprio per dimostrare – in un modo diciamo estremo – come si può avere un anima senza ricorrere a loghi o a nomi di altre persone stampigliati sul petto. Abbiamo comunque sempre cercato di proporre un buon pantalone aldilà dell’idea del gancio che , a differenza del logo, si può togliere senza rischiare di rimanere con in mano un pugno di mosche.

    haeng

    Quando sento parlare di No Logo….penso al libro omonimo di Naomi Klein. C’entra qualcosa con haenG, ti ha influenzato in qualche maniera?

    Sono due modi diversi e complementari di affrontare il problema del branding : la Klein analizza il problema in maniera politica denunciando il lavaggio del cervello messo in atto per vendere un prodotto di massa realizzato da maestranze poco qualificate nel quale la qualità reale è sostituita dal mito della personalità. Noi semplicemente vogliamo dimostrare con i fatti che la creatività è viva e vegeta.

    In un momento in cui il Logo è spesso messo in crisi da prodotti generici LOW COST delle grandi catene, copiati e molto cheap, non credi che possa essere un valore importante su cui puntare? In che senso haenG rifugge il Logo?

    Secondo te ha senso mettersi a fare la guerra alle quantità sterminate di Zara ? O ai testimonial di Diesel ? Noi scegliamo la terza via che è quella del prodotto. Niente amministratori delegati in giacca e cravatta che gironzolano per casa.

    Quali carte pensa di avere oggi  Haeng per proporre un prodotto che ‘buchi’ …in un settore al momento saturo (ma spesso privo di idee) come il pantalone e in particolare il denim?

    Anima, Qualità, Certificazione, Concretezza, Servizio e un’arma segreta… Abbiamo già parlato del come è il nostro prodotto, dobbiamo dire anche che cosa è: cotoni di qualità, cimosati realizzati in Italia con telai che lavorano da 60 anni, Laboratori italiani, Lavanderie italiane, Produttori di accessori italiani. Tutta gente che si sta avvicinando sempre più al nostro progetto e che concretamente fa gruppo e ci sostiene; da loro stiamo raccogliendo i certificati di qualità che presto pubblicheremo sul sito, niente inquinamento; per quanto riguarda la produzione lavoriamo con calma e metodo lasciando libertà assoluta al cliente su cosa acquistare direttamente ed in pronta consegna dal nostro magazzino, niente quantità imposte o budget irraggiungibili che tirano sempre più per il collo i negozianti impedendo loro di gestire i propri stessi soldi. Va detto chiaramente che noi siamo una Azienda vera e propria che ha deciso di investire tempo, risorse umane e finanziarie in questo progetto; abbiamo uffici, un magazzino tessuti, la modelleria interna, una sala taglio e importantissimo, un ufficio di Controllo Qualità che gira tutti i giorni. Troppo spesso dietro ad idee anche geniali si nascondono purtroppo uffici di trading che semplicemente commercializzano un prodotto acquistato chissà dove con il risultato che quando un cliente ordina della merce si fa poi il segno della croce. La nostra arma segreta ? Ma se è segreta…

    Info: www.haeng.it

    haeng

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    Lisa

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    09 December 2010
    PIERRE GARROUDI E L’ABITO COME ESPRESSIONE DI PERSONALITA’

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    Abito come mezzo di comunicazione, abito come espressione di individualità. Ecco cosa c’è alla base della moda proposta da Pierre Garroudi, fashion designer nato a Theran e trasferitosi successivamente a Parigi dove ha intrapreso l’attività di…parrucchiere. Una forte vocazione l’ha portato, poi, a lasciare il certo per l’incerto e a tentare la sorte, mettendosi alla prova, nel 1993, con la creazione di un brand che porta il suo nome. Un colore per ogni stagione, una crasi tra moda e arte che si realizza in un haute couture di assoluta controtendenza, che provoca, spingendo alla riflessione.

    Quando ha capito che la moda sarebbe stata il suo mestiere?

    Quando avevo circa 25 anni. Nella vita occorre trovare qualcosa a cui dedicarsi: pittura, fotografia, arte. Si può scegliere tra tutte le diverse forme d’arte. Inconsciamente, io avevo trovato la mia strada. È possibile testare diversi lavori prima di capire quale sia il tuo. Io mi sono reso conto che la moda sarebbe diventato il mio lavoro. La moda è un mezzo di comunicazione visivo, grazie a cui è possibile esprimere e trasmettere la propria personalità. È possibile influenzare la gente attraverso il pensiero che infondiamo nel nostro lavoro, o mettere in evidenza problemi e questioni economiche e sociali. Ed è questo ciò che mi piace della moda, il potermi esprimere. Una citazione di Sofia Loren dice “Il vestito di una donna deve essere come un recinto di filo spinato: servire il suo scopo, senza ostruire la vista.”. La gente ha molti punti di vista diversi sulla moda. Potrebbe essere usata per nascondere sentimenti di insicurezza, o per attirare l’attenzione, ognuno la usa in modo diverso.

    Cos’è, secondo lei, la moda? E’ arte o è soltanto glamour?

    La moda è l’espressione delle mie esperienze. L’espressione di me e della mia creatività . Ho scelto la moda perché è la cosa più in sintonia con quello che sono io. Il glamour fa senz’altro parte di ciò che noi intendiamo per moda, ma non è tutto: c’è anche l’arte, la fotografia, la sartoria…ci sono tanti e diversi aspetti. È come una zuppa, che non è fatta solo di glamour o di arte, ma è una combinazione di tutte queste cose.

    Ci racconti del passaggio da parrucchiere a fashion designer. I sogni posso realizzarsi?

    Il motivo per cui da parrucchiere sono diventato un fashion designer è stato perché mi sentivo abbastanza limitato ad esprimere me stesso. Ho scoperto che non c’era molto spazio per essere veramente creativi con i capelli. I capelli sono molto personali in quanto sono parte del corpo, mentre un abito non lo è. Credo che i sogni possano essere realizzati. Questo è qualcosa che tutti pensano, una speranza per un futuro migliore: bisogna avere un sogno o una fantasia e bisogna cercare di realizzarli. Il modo migliore  per raggiungere il mio obiettivo è quello di utilizzare i migliori materiali e le tecniche più ricercate, perchè l’haute couture ha bisogno di questo. Quando morirò non voglio che il mio sogno muoia con me. Voglio che sia ancora in vita, come Chanel: lei è ancora viva, è immortale.

    - Qual è lo stilista che predilige e perchè?

    Mi piacciono i designer che lavorano in modo creativo e originale, quelli da cui posso trarre ispirazione. Thierry Mugler è uno tra i miei preferiti. Galliano e McQueen, invece, sono quelli a cui mi ispiro maggiormente: qualche volta un po’ azzardati, ma sono entrambi molto bravi. Ammiro molto anche l’approccio di Comme des Garçons e Jean Paul Gaultier.

    Cosa significa, per lei, provocazione?

    La provocazione e la mia più grande sfida. Un altro sogno è di diventare in un futuro il direttore creativo di una delle casa di moda Haute Couture  parigine. E  non ho alcun dubbio, sono totalmente sicuro che riuscirò a farlo.

    Qual è l’importanza del vestito scultura?

    Mi piace realizzare cose che non si vedono solitamente in giro, qualcosa di unico che non fanno gli altri fashion designer. Io voglio spingermi al di là di ogni limite, per espandare l’industria della moda e renderla ancora più grande. Quando qualcuno guarda i miei vestiti si domanda: questa è moda oppure è arte? Bhe, può essere sia l’uno che l’altro. Perché sicuramente va al di là del banale concetto di moda.

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    Ci racconti della sua ultima collezione.

    E’ una storia di regine e principesse, racconta di una famiglia reale, qualcosa di veramente solenne. Per questo motivo ho scelto il viola: un colore che una volta nella storia era vietato alle persone comuni, ma poteva essere  utilizzato solo dalla famiglia reale. Un colore che ricorda il vino rosso, l’uva, i fiori, un colore che ha molte valenze. Quello che faccio non è mai pianificato, ma è qualcosa che deve accadere, e io non faccio altro che lasciarmi trascinare. Se si tenta di pianificare, tutto diventa schematico e perde il suo significato più intimo. Per esempio, non ho ancora deciso il colore della prossima collezione, è una decisione che dovrà arrivare da sè senza che io spinga per trovarla, devo solo aspettare. Inconsciamente, tu sai già quale sarà il tuo colore, ma deve essere un sentimento spontaneo. Sono molte le variabili che influenzano la tua decisione e, a volte, si ha solo una scarsa influenza su essa. Ecco perchè penso che non sia nemmeno una mia decisione, ma semplicemente qualcosa che sta succedendo.

    ENGLISH VERSION AFTER THE JUMP!

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    Pinella

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    02 December 2010
    SHOESHINE THE BIG INTERVIEW!

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    VERSIONE ITALIANA

    E’ un dovere, per un magazine e un blog italiano che si occupi del mondo streetwear andare a intervistare uno dei veri fenomeni streetwear italiani di questi ultimi due anni. Parliamo di Shoeshine, un marchio che, partito dall’Emilia Romagna, ha fatto del pantalone della tuta declinato in tantissime varianti e colori un vero cavallo di battaglia. Chi avrebbe mai potuto immaginere che un semplice, colorato e ben fatto pantalone della tuta avrebbe potuto diventare un must have, un oggetto cult e un grande business? Da zero a oltre 300 punti vendita in meno 2 anni…. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con i ragazzi di Shoeshine hanno compiuto questa impresa.

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    Quando e perchè è nato Shoeshine?

    Shoeshine nasce nel 2007 …. La prima collezione è uscita nei negozi nella Primavera/Estate 2008

    Cosa significa  questo nome e perchè lo avete scelto?

    Shoeshine significa Lustrascarpe…….per il popolo Americano  è  uno dei  pochi mestieri old style  ancora presenti tra le strade delle metropoli…….

    Chi c’è dietro Shoe Shine?

    Uno Staff di ragazzi con la voglia di portare “aria fresca” sugli scaffali dei nostri clienti……

    Il pantalone della tuta in felpa. E’ questo il prodotto da cui è partito tutto? O sei partito anche tu dalla classica t-shirt?

    …il primo campionario era sviluppato su varie tipologie di prodotto dalla t-shirt al pantalone in felpa, è stato il cliente ad individuare il pantalone come argomento interessante…

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    Quando vi siete  resi conto che i pantaloni della felpa avevano una marcia in più e stavano diventando un ‘fenomeno’?

    dai primi riassortimenti…….e quando ho ricevuto una e-mail da Waitfashion che mi comunicava che aveva appena fatto un’articolo su di noi!!!

    No, dai… non esagerare! Comunque…possiamo dire che in qualche modo Shoe Shine ha contribuito in maniera sostanziale a rilanciare il prodotto ‘pantaloni della tuta’ come capo casual in Italia?

    No…. anche perché il pantalone in felpa è sempre stato presente in collezioni di Brand storici….. probabilmente ci siamo presentati nel posto giusto al momento giusto con un prodotto politicamente corretto.

    In Emilia Romagna siete un fenomeno ormai più che consolidato, in Toscana andate alla grande. Come procede la conquista dell’Italia?

    Ad oggi siamo presenti in Italia con circa 350 punti vendita.

    Credo che questo vostro procedere di ‘regione in regione’ sia la prova che non si tratta di un brand imposto dall’alto, dalla grande pubblicità, da testimonial, da veline e calciatori. Ma sia un brand scelto dai ragazzi (dai consumatori finali quindi) e dal passa-parola tra i commercianti. Cosa mi dici al riguardo?

    Che hai centrato in pieno Shoeshine, siamo convinti che ora quello che può fare la differenza siano proprio i ragazzi “normali” che vestono i nostri prodotti…..

    Producete ancora tutto in Italia?

    Certo e ne siamo molto fieri, l’unica tipologia di prodotto extra Italia, è il capo-spalla unicamente perché oggi è molto difficile trovare un produttore italiano competitivo su questo articolo.

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    Per voi il termine ‘made in Italy’ ha ancora un senso?

    Assolutamente si, per una svariata serie di motivi…

    Quali?

    Made in Italy… (Lo dice la parola stessa!)

    Miglior controllo qualità…

    Velocità di Produzione….

    Velocità di Riassortimento….

    Ho notato che i vostri prodotti, pur leggendo il cartellino ‘made in italy’ hanno un ottimo rapporto qualità-prezzo. Fa parte della politica di Shoeshine l’attenzione al prezzo? Si è rivelata una carta vincente?

    Pensiamo che  il rapporto qualità-prezzo sia fondamentale…. Alcuni Brand Scandinavi  sono riusciti a conquistare il mercato italiano con la formula costi bassi e ricarichi più alti …

    Noi nel nostro piccolo cerchiamo di adottare questa politica con il valore aggiunto del Made in Italy….

    Come pensate che si evolverà il brand? Intendo dire. Avete ‘sfondato’ con un prodotto preciso, il pantalone della tuta. Che si è portato dietro il brand e poi anche altri prodotti, felpe, t-shirt. Continuerete a sviluppare questo vostro punto di forza? O punterete ad allargare la gamma e magari introdurre altri capi?

    Il pantalone in felpa rimarrà sempre un nostro punto di Forza e sarà sempre sviluppato in tutti i fit…. I campionari cerchiamo di completarli sempre di più….. Infatti dalla prossima stagione PE2011 è avvenuto un piccolo cambio di tendenza, abbiamo venduto più parte sopra (felpe ,t-shirts e capi spalla) rispetto alla parte sotto (pantaloni).

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    ShoeShine è presente all’estero? Pensi a una futura presenza del brand in campo internazionale?

    Abbiamo deciso di prendere ancora la campagna vendite AI2011 come ultimo step per consolidare il mercato italiano, probabilmente dalla PE 2011 inizieremo a pensare a Berlino…..

    E si me è permesso. Lo so che vi toccherete le palle. Ma è una domanda che in questi tempi mi piace fare a tutti i giovani imprenditori. La moda è pazza. E poi è moda… un anno quello che era di moda un anno prima non lo è più. E’ difficilissimo stare sempre sulla cresta dell’onda. Molti marchi vanno e altri vengono, passano di moda e diventano di moda. Ecco perchè è un mondo che da poche certezze. Ecco per questo che ti chiedo: hai un sogno nel cassetto alternativo? Un piano B, se questa bella favola di Shoeshine un giorno (magari tra 10 anni) dovesse terminare?

    Abbiamo creato un piano B…… www.pepocalzature.com presto creeremo quello C… poi quello D…poi chissà….

    Bhè fantastico. Vedo che avete la testa sulle spalle. Sono certo che sentiremo a lungo parlare di voi.

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    ENGLISH VERSION

    It’s a duty for us, for an italian magazine and fashion blog to interview one of the true Italian streetwear phenomenon of the last two years. We speak about Shoeshine, a brand that started from Emilia Romagna, has made its sweatpants  declined in many color variations a real workhorse, a big deal and a must have. Who could have ever imagined that a simple well done sweatpant could became something cool and a must have? From zero to over 300 stores in less than 2 years …. We did have a chat with Shoeshine guys who have accomplished this feat.

    When and why Shoshine was born ?

    Shoeshine was founded in 2007 …. The first collection was released in stores in Spring / Summer 2008

    The rest of the interview and more images after the jump

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    Marky

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