Da Wait!Magazine n°33. Intervista di Marco Bianchi.
Ogni giorno ci contattano giovani brand. Noi siamo nati principalmente per questo, per scoprire e promuovere realtà emergenti. Molti mi dicono: “Perché non pubblichi le nostre cose?” Altri vogliono fare pubblicità, ma rispondiamo di no. Non saremmo poi in grado di promuoverli se non crediamo nel progetto. Quando ho conosciuto Nicola, il designer e fondatore di Coolcha, la situazione era più o meno questa. Gli dissi: “non sei ancora pronto. Aspettiamo un momento, lavoraci su.” Eppure c’era in lui un’energia, una caparbietà, una voglia più forte di tutto. Mi chiese: “Cosa devo fare?” Il consiglio che do a tutti è questo: non solo T-shirt, trova una tua identità, non scimmiottare qualcun’altro, tira fuori idee nuove. Eccoci. Finalmente Coolcha è sbocciato e posso con orgoglio dire che, merito tutto suo, ha centrato i miei consigli. Un marchio streetwear emergente nasce in Italia. E’ ben organizzato, serio, incazzato. Fa un prodotto ‘made in Italy’. E cosa più importante ha trovato idee e una sua identità.

Come è nato Coolcha?
Quella di Coolcha è una storia nata da poco tempo, ma che già adesso potrei definire quasi incredibile. Nel 2009 ho aperto un piccolo negozio nel centro storico di Foligno, in un periodo in cui lavoravo come dipendente di un’azienda. Proprio qui ho conosciuto Alessio – con cui ho condiviso la scrivania per qualche mese – al quale per primo ho iniziato a confidare quello che consideravo il sogno della mia vita: creare un brand nel settore della moda, e così parlando – tra una pausa caffè e l’altra – un bel giorno Alessio mi ha consigliato di rivolgermi ad Emanuele Paracucchi, noto grafico del posto. Pochi giorni dopo ero nello studio della Paracucchi Armas. Quando gli ho presentato il mio progetto Emanuele si è subito appassionato all’idea ed è rimasto letteralmente affascinato da quella che per lui rappresentava una sfida completamente nuova, essendo il mondo dell’abbigliamento un settore al quale non si era mai dedicato. Nel giro di un mese abbiamo creato nome, logo e pay-off della ditta e, soprattutto, la prima mini-collezione: la primavera-estate 2011. Sei modelli, semplici, ma già capaci di esprimere la filosofia del brand – ludica ed ironica – da far girare velocemente e provare a veicolare, per capire se potevano piacere ed essere apprezzati.

A questo punto, partendo da zero, come sei riuscito a trovare i primi clienti?
All’inizio non è stato facile. Nel cercare qualche agente disponibile ed affidabile in questa fase abbiamo incassato parecchie delusioni: “No”, “No, grazie”, “Non ho spazio in showroom!” (per 6 T-shirt?!?), “Il prodotto va bene per il Sud” (!), “Noi il basico non lo vendiamo”, “Per noi protagonista non è il marchio, ma lo stile”… Poiché per carattere, di fronte a certe affermazioni, anziché scoraggiarmi mi incazzo, ho iniziato a pensare a qualcosa di alternativo, ho creato un sito e ho aperto un account su facebook. Caricando le foto della mini-collezione e aggiungendo contatti di negozi, ho cominciato a riscontrare i primi apprezzamenti e sono riuscito ad avere i primi clienti: Point Fashion a Bolzano e Point Fashion a Bressanone, non esattamente profondo sud come aveva profetizzato una delle agenzie contattate.
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